12-lug-2009

Depositate le motivazioni della sentenza che ha assolto il giudice Tosti.

Da Uaar.it

Cassazione assolve il giudice Tosti: “Questione del crocefisso nei luoghi pubblici va affrontata”

La sesta sezione penale della Cassazione ha depositato le motivazioni della sentenza 28482 (cfr. Ultimissima 17 febbraio 2009) che ha annullato la condanna a sette mesi di reclusione contro il giudice Tosti, inflitta dalla Corte d’Appello de L’Aquila per omissione di atti d’ufficio. Il giudice di Camerino si era infatti rifiutato di tenere le udienze nelle aule dove era stato imposto il crocefisso, riportando all’attenzione delle cronache la questione della presenza dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, sollevata da tempo proprio dall’Uaar.
La sentenza della Cassazione (della quale danno notizia testate come Il Giornale e Il Resto del Carlino) sostiene infatti che si tratta di “una problematica di estrema delicatezza” e che va affrontata seriamente per definire se l’esposizione di un simbolo religioso sia in contrasto col principio della laicità dello stato, dato che la questione “ha una sostanziale dignità” ma non risultano fino ad ora “congruamente affrontate e risolte alcune tematiche di primario rilievo per la corretta soluzione del problema”. La Cassazione, pur criticando i toni con i quali il giudice Tosti ha sollevato la questione (”esasperati”, con “espressioni a volte paradossali”), fa notare che la circolare del ministero della Giustizia risalente al 1926 che impose durante il fascismo i crocefissi nei luoghi pubblici “appare un atto privo di fondamento normativo e quindi in contrasto con il principio di legalità dell’azione amministrativa” e “non più in linea con il principio costituzionale di laicità dello Stato e con la garanzia della libertà di coscienza e di religione”. La Cassazione ammette inoltre che è necessario trovare “l’eventuale sussistenza di una effettiva interazione tra il significato” identitario “della presenza del crocefisso nelle aule di giustizia” e “la libertà di coscienza e di religione, intesa non solo in senso positivo, come tutela della fede professata dal credente, ma anche in senso negativo, come tutela del credente di diversa fede e del non credente che rifiuta di avere una fede”.

7-lug-2009

Mirko Morini è stato assolto.

Una sentenza importante e chiarificatrice, da Malvino.

6-lug-2009

Ridateci Enzo Tortora

Alessandro Lozzi, su www.laici.it, se la prende con quanti hanno visto nell'incontro conviviale tra Berlusconi, il suo ministro della giustizia Alfano, l'avvocato Ghedini e due giudici della Corte Costituzionale, qualcosa di inquietante per un sistema democratico in cui dovrebbe vigere il principio della indipendenza dei poteri. In realtà, questi, secondo l'Autore, non sarebbero altro che dei capipopolo portatori della logica del sospetto, non dei difensori di valori democratici, ma dei semplici esponenti del giacobinismo più pernicioso.

Gli argomenti usati dall'articolista non sono certo campati in aria ed hanno una loro ragionevolezza, provo perciò a riportarne una sintesi:

  1. "...i giudici costituzionali sono 15. Chiunque volesse condizionarne il giudizio mediante sessioni conviviali dovrebbe quindi sottoporsi non ad una, ma ad un intero ciclo di cene. Povero fegato e povera dieta"
  2. "5 di questi giudici sono nominati dal presidente della Repubblica che, come sappiamo, è una di quelle cariche interessate dal lodo Alfano. Il condizionamento che può esercitare il potere di chi nomina ad una carica è sicuramente molto più incisivo di un buon brasato. Dobbiamo ricavarne che i cinque giudici nominati dal presidente della Repubblica dovrebbero astenersi da giudicare il lodo Alfano?"
  3. "Altri 5 sono nominati dal parlamento e sono, quindi, espressione parte dell’opposizione, che è contraria al lodo, parte della maggioranza, che ne è favorevole. Come possono giudicare serenamente? Meglio che si astengano anche loro"

Queste obiezioni sarebbero persuasive se Berlusconi fosse semplicemente il capo di un Governo che ha presentato una legge al Parlamento, ottenendone dopo il normale dibattito parlamentare, l'approvazione.
Ma le cose sono più complicate, a mio avviso.

Berlusconi, come tutti sanno, è un imputato (innocente fino a condanna definitiva e comunque non giudicabile con il lodo Alfano o con la prescrizione appositamente abbreviata per i colletti bianchi) che ha fatto eleggere in parlamento, sin dal primo memento della discesa in campo, una schiera di avvocati con lo scopo precipuo di farsi confezionare delle leggi su misura. Lo dimostra il fatto che tali leggi sono effettivamente state approvate, non mi sembra il caso di farne l'elenco presumendo che tutti sappiano ciò di cui parlo.
Quella legge, il cosiddetto Lodo Alfano, come altre nel passato, interessano direttamente il capo del Governo, anzi, per essere più precisi, hanno per oggetto (nella sostanza) proprio la sua situazione giudiziaria: se il Lodo Alfano passa positivamente il vaglio dell'Alta Corte i suoi guai giudiziari finiranno ancor più facilmente nell'oblio.

Ora, domando: che ne pensereste se un giudice di un tribunale penale si intrattenesse a cena, con un imputato di gravi reati, qualche tempo prima di emettere una sentenza che lo riguarda?
Sarebbe solo un incontro inopportuno?

Ammetterete che c'è in tutto ciò qualcosa che non va, come c'è qualcosa che non va nel fatto che chi viene eletto in forza del consenso popolare sia proprietario (duopolista quando è all'opposizione, monopolista quando è al governo) della fonte primaria del consenso stesso.
Quale liberale (no, Pera no, per favore) potrebbe mai difendere un simile stato delle cose?
Ho il sospetto, il forte sospetto, che non ne esistano, a meno che non siano al seguito del Capo.
Ma, come sappiamo, il nostro premier è un liberale doc e dubitarne sarebbe scortesia o vilipendio della religione. Per cui, sul punto mi fermo, anche per non andare fuori tema.

Come dicono i critici, Berlusconi ha sempre tentato di difendersi dal processo, mai nel processo.
Non so se sia chiaro quale pericoloso precedente costituisca tutto ciò per un paese come il nostro, chi potrà mai alzare la voce quando qualcun altro (e, statene certi, accadrà) si comporterà allo stesso modo? Ha sdoganato di tutto e di più, non solo il Msi (una delle poche cose buone che mi tocca riconoscergli).

Insomma, quei timori che sembrano al Lozzi derivare dal giocabinismo dei detrattori di Berlusconi e dalle loro istanze illiberali, al sottoscritto che ha la presunzione di ritenersi un liberale, sembrano lecite preoccupazioni generate dall'esperienza di quindici anni di Berlusconismo, un'ideologia populista che ha tradito tutte le promesse di una rivoluzione liberale.

In questo quadro, le critiche dell'articolista di Laici.it paiono, a mio modesto parere, pur nella loro apparente ragionevolezza, poco convincenti.

  1. Non è detto che non basti avere dalla propria parte due dei quindici giudici costituzionali se si aggiungono ad altri già convinti per conto loro, ma questo ha un'importanza accessoria. Cosa invece più pertinente è il fatto che i giudici, oltre che essere imparziali, per la delicatezza del ruolo che rivestono, dovrebbero pure apparire tali. Cenare con chi negli anni ha piegato le istituzioni e le leggi di questo paese ai suoi personali interessi è più che inopportuno. E' un grave errore.
  2. Come non vedere che il Presidente della Repubblica non è personalmente implicato nella vicenda? Come non vedere che Berlusconi, al contrario, lo è fino al collo? Rendere uguali situazioni diverse è un errore talmente evidente in questo contesto, da apparire inspiegabile;
  3. Come sopra.


Era il 18 giugno del 1983, quando un uomo fu arrestato per camorra e spaccio di droga. L'accusa era palesemente falsa e chi, come chi scrive, ebbe modo di seguire il processo attraverso Radio Radicale, se ne rese presto conto. Si rese conto pure di come furono condotte le indagini, di come fu permesso ai cosiddetti "pentiti" che lo accusavano di parlare fra loro, di come per riscontro delle loro parole si intendesse la semplice conferma dell'esistenza di un cavalcavia sotto il quale, quell'uomo, avrebbe consumato i suoi reati.
Un processo farsa.
Avrebbe potuto avvalersi dell'immunità parlamentare, ma non lo fece, affrontò il processo e alla fine fu assolto.
Nulla accadde ai pentiti che mentirono, nulla accadde ai giudici che così male (per usare un eufemismo) fecero il proprio mestiere.
Ecco, quell'uomo poteva ben dire, rivolgendosi ai giudici: "Io sono innocente. Spero, dal profondo del cuore, che lo siate anche voi"
Quell'uomo, come avrete capito, era Enzo Tortora.


Ridateci Enzo Tortora.

3-lug-2009

Ecco, questi giudici non sono faziosi né comunisti.

Da LaStampa.it

di Luigi La Spina

Il giudice non va a cena con Richelieu

C’era una volta un magistrato francese. Si chiamava Pierre de Fermat ed era nato nel 1601. Si occupava di cause civili, banali questioni di diritti sulle acque. Le virtuose e rigide regole della Francia di quei tempi gli impedivano, nel tempo libero, di frequentare la società cittadina, perché il cardinale Richelieu voleva che i funzionari pubblici non potessero essere influenzati, nei loro giudizi, da amicizie e, persino, da semplici conoscenze. Ecco perché, la sera, restava a casa e, indossando, come il nostro Machiavelli, abiti adatti allo studio, si dedicava alla matematica.

Divenne, così, uno scienziato straordinario, scambiando anche corrispondenze con i «grandi» del suo tempo, da Cartesio a Pascal. Ma la sua larga fama resta legata al cosiddetto «ultimo teorema di Fermat», una dimostrazione che non poté scrivere, perché «non può essere contenuta nel margine troppo stretto della pagina».

Peccato che i due rappresentanti della più alta magistratura del nostro Stato, la Corte Costituzionale, Luigi Mazzella e Paolo Napolitano, accusati di frequentare, la sera, presidenti del Consiglio e ministri, non abbiano seguito l’esempio del loro ben più umile collega del tribunale civile di Tolosa. Forse, avremmo due scienziati in più. Sicuramente, due giudici discussi in meno.

La fabbrica del consenso.

Splendido post!

2-lug-2009

Una cosa buona e giusta.

Mi sembra una buona idea, quella dell'amico Non contro ma per, di invitare il senatore Marino a candidarsi alle primarie (se fossero pure vere...) del PD.
Specialmente dopo i suoi interventi sul Testamento Biologico, è risultato essere uno dei pochi che in quel partito ha dato prova di avere le idee chiare sul diritto all'autodeterminazione degli individui, sulla laicità e sulla democrazia, senza impantanarsi in improbabili distinguo.

Questo è il sito di Marino, qui il link dei contatti. Mandiamogli una mail.

La Chiesa non si amministra con le Ave Maria

Da www.laici.it

Gianluigi Nuzzi: Vaticano Spa, ecco le prove degli scandali.
di Maria Grazia D'Errico



La storia raccontata dal giornalista Gianluigi Nuzzi, inviato di ‘Panorama’ e autore di ‘Vaticano Spa’, il libro - inchiesta edito da Chiarelettere, è totalmente inedita: racconta di truffaldine operazioni finanziarie mascherate da opere di carità e fondazioni di beneficenza inoppugnabilmente provate da quasi quattromila documenti riservati della Santa Sede, lettere, relazioni, bilanci e bonifici. Un vero e proprio paradiso ‘fiscale’ in Terra, che non risponde ad alcuna legislazione diversa da quella dello Stato Vaticano. Tutto, naturalmente, in nome di Dio.

“Rendete pubblici questi documenti, affinché tutti sappiano quanto è accaduto”: questa è stata la volontà di monsignor Renato Dardozzi, una delle figure più importanti dello Ior tra il 1974 e la fine degli anni ’90 del secolo scorso. Gianluigi Nuzzi, come è avvenuto l’accesso a questo immenso archivio, custodito in Svizzera e oggi accessibile a tutti?
“Un colpo di fortuna e un’occasione irripetibile: le persone più vicine a monsignor Dardozzi avevano ricevuto espresso incarico di diffondere l’archivio del monsignore dopo la sua morte. Così, hanno preso contatto con la redazione di ‘Panorama’ e il direttore, Maurizio Belpietro, per sottoporre alla nostra attenzione alcuni documenti. Mi sono subito accorto della rilevanza del materiale: è forse la prima volta nella storia della Santa Sede o quantomeno nella storia dello Ior, la banca del Papa, che diventano pubblici migliaia di atti di questo misterioso istituto di credito su affari poco chiari. Per lunghi mesi ho studiato carta per carta questo archivio, che ricostruisce quanto accaduto dopo Marcinkus nelle segrete stanze dei Sacri Palazzi. Ovvero, la storia dello ‘Ior parallelo’, un sistema di conti celato da fondazioni fittizie sul quale sono transitati in una manciata di anni circa 275 milioni di euro”.

Il protagonista assoluto del suo libro è, appunto, lo Ior, l’Istituto per le Opere di religione, la banca del Papa, il ‘forziere santo della Vaticano spa’, la cui esistenza è persino ammessa a fatica: ‘only business’ dietro certe fantomatiche fondazioni caritatevoli e di beneficenza come ‘Mamma de Bonis’ o ‘Jonas Foundation’?
“Monsignor Donato de Bonis, per trent’anni segretario generale dello Ior e fedelissimo di Marcinkus, nel 1987 ereditò proprio dall’arcivescovo di Chicago le chiavi dello Ior. Così, costruì una ragnatela di conti: dieci, venti, trenta depositi intestati, appunto, a fondazioni fittizie indicate al solo scopo di proteggere clienti eccellenti. I nomi erano persino ‘cinici’, come ‘Fondazione lotta alla leucemia’ o ‘Fondazione per i bambini poveri’, o quasi blasfemi, come ‘Fondazione Madonna di Lourdes’. Nel mio libro, ‘Vaticano Spa’, racconto chi erano i titolari dei conti occulti, dove sono finiti i soldi e, soprattutto, perché venivano utilizzati tanti ‘schermi’ nella banca del Papa”.

Agli inizi degli anni ‘80, dopo il ‘crack’ del banchiere Michele Sindona, la mafia, la P2, il Banco Ambrosiano e la vicenda misteriosa di Calvi, gli inquirenti danno la caccia a un arcivescovo americano, Paul Casimir Marcinkus, celebre per le sue alchimie finanziarie, che entra, giovanissimo, nella ‘stanza dei bottoni’. Ma la magistratura sarà costretta a fermarsi di fronte a un provvidenziale articolo 11 dei Patti Lateranensi: immunità per tutti i dipendenti della Santa Sede, anche questo un dettaglio trascurato e taciuto. Il silenzio è una regola di vita del Vaticano?
“Lo Ior e i suoi dipendenti sono protetti da una moltitudine di garanzie e immunità che hanno determinato il loro libero agire lontano da occhi indiscreti, sottoposti unicamente alla propria coscienza. Sono passati oltre 22 anni da quando, nell’inverno del 1987, i giudici di Milano chiesero l’arresto di Marcinkus e dei suoi più stretti collaboratori, vedendosi poi la decisione bocciata dalla Cassazione. Ebbene, in questi 22 anni non è cambiato nulla. All’epoca, Marcinkus evitò l’arresto, perché l’articolo 11 dei Patti Lateranensi concede una sorta di immunità ai dipendenti di enti centrali del Vaticano. Lo Ior non viene mai indicato nei bilanci aggregati della Santa Sede, come fosse un’unità periferica. Eppure, i suoi dipendenti sono considerati “dipendenti di enti centrali”. Oggi è come prima, con in più una vistosa contraddizione: tutti i Paesi più avanzati hanno dichiarato guerra ai paradisi fiscali e ai Paesi ‘offshore’, dall’amministrazione Obama sino all’Ue, ma nessuno si preoccupa dello Ior che, dal pieno centro di Roma, oltre il ‘Collonato’ di San Pietro, continua a operare senza rispondere ad alcun trattato interbancario e norme internazionali. Ciò potrebbe indurre in tentazione, come accaduto con l’Ambrosiano e negli anni ’90 come racconto in ‘Vaticano SpA’, diversi malintenzionati”.

Intanto, ai vertici dello Ior arrivò un ‘degno’ erede, monsignor Donato de Bonis, che ricordava bene la più celebre frase di Paul Marcinkus: “Non si può dirigere la Chiesa con le sole Ave Maria”. Perfino il denaro lasciato ai fedeli per le Sante Messe venne trasferito in conti personali: cosa accadde veramente dopo la fuoriuscita di Paul Marcinkus?
“Quanto accadde è sotto gli occhi di tutti: Marcinkus, nel 1989, uscì definitivamente di scena e, allo Ior, il suo fido De Bonis modula gli insegnamenti del maestro secondo i desiderata di quegli anni. Già nel 1987, nelle stesse ore in cui Marcinkus rischiava l’arresto, De Bonis predispose le basi dei conti segreti, ad iniziare dal conto ‘Fondazione cardinale Francis Spellman’, in cui, tra le firme autorizzate, spicca quella di Giulio Andreotti, con movimentazioni, solamente ‘in contanti’, di quelli che oggi sarebbero 26,4 milioni di euro”.

David Yallop, nel suo libro ‘In nome di Dio’, sostiene che Albino Luciani, ovvero Papa Giovanni Paolo I, sia stato ucciso dopo soli trentatré giorni di pontificato per avvelenamento proprio perché voleva ripulire lo Ior e trasferire tutti. E’ plausibile pensare che ci siano stati anche personaggi ‘illuminati’ che non volevano far parte di questo sistema di aggressività finanziaria quanto meno inconsueta, considerando i protagonisti?
“In Vaticano era arduo distinguere i ‘buoni’ dai ‘cattivi’, come talvolta, anche per facilità, noi giornalisti facciamo per rendere più agevole al lettore schierarsi. E’ vero, invece, che complotti, minacce e congiure erano all’ordine del giorno. La storia di Albino Luciani ne è un esempio, ma il filo delle trame certo non si spezza con la morte del patriarca di Venezia: lo stesso Wojtyla assicurò che la vicenda Ambrosiano era chiusa, garantì trasparenza per il futuro per poi doversi confrontare con chi da una parte, magari, agevolava i finanziamenti a ‘Solidarnosc’ ma, forse, in cambio chiedeva qualcosa…”.

Negli anni ‘90, lo Ior finì nel mirino di ‘Mani Pulite’. La maxitangente Enimont, che concludeva il divorzio tra Eni e Montedison, fu ripulita e riciclata in Vaticano, ma anche in quella occasione le indagini dovettero fermarsi, perché il Vaticano negò qualsiasi chiarimento e respinse le rogatorie: quali inquietanti verità, spesso celate da codici ‘criptici’ come ‘Omissis’, sono state da lei svelate per la prima volta?
“La storia è andata in maniera un po’ diversa: in realtà, il Vaticano non respinse le rogatorie, ma cercò di depistare i magistrati di ‘Mani pulite’ diffondendo notizie parziali e fuorvianti. L’archivio di monsignor Dardozzi, infatti, documenta e racconta che la storia era diversa: i miliardi della tangente Enimont passati per lo Ior erano quasi il doppio, ma ai magistrati non venne mai detto chi erano i titolari dei conti sui quali transitarono quei soldi, ad iniziare proprio dal conto ‘Spellman’, su cui Andreotti aveva potere di firma. Ma Andreotti andava protetto in tutti i modi, sia appunto celando il presidente dietro l’efficace nome in codice ‘Omissis’, sia cercando e ottenendo notizie riservate sulle indagini milanesi ‘brevi manu’, sia evitando di dire che l’allora candidato al ‘colle’, Andreotti appunto, aveva la firma su uno dei conti incriminati”.

Anche il centro psichiatrico ‘Don Uva’ di Bisceglie, il manicomio più grande d’Europa, che finì nel mirino dei giudici per presunti maltrattamenti dei malati mentali, morti sospette e appalti ‘chiacchierati’, è stato fonte di preoccupazioni per il Vaticano: a chi o a che cosa sono state ricondotte le motivazioni?
“La storia è mortificante: da una parte, i malati di mente che vivevano in condizioni miserrime; dall’altra, lo Stato che pagava rate pari a 100 euro a paziente; dall’altra ancora, le ‘Ancelle della Divina provvidenza’ che avevano sul conto corrente dello Ior un saldo di 55 miliardi di lire di allora. Anche quel deposito finì nel mirino della commissione segreta, istituita nel 1992 proprio per capire l’estensione di questo sistema. Ma dopo che la relazione venne inviata a don Stanislao, segretario del Papa, tutto si fermò…”.

L’ultima parte del suo libro è dedicata alle confessioni recenti rese alle Procure da Massimo Ciancimino jr, da lei intervistato, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Si descrivono i rapporti di suo padre con il boss ‘corleonese’ Bernardo Provenzano e le transazioni di danaro in questa ‘banca vaticana’ che opera come un vera e propria ‘lavanderia’ nel centro di Roma al fine di ripulire il denaro sporco: perchè le ‘piste vaticane’, soprattutto al sud, vengono valutate ancora con scetticismo?
“Non è scetticismo ma, credo, comprensibile prudenza, proprio perché i magistrati ben conoscono i limiti fissati dai Patti Lateranensi per un’azione su determinati soldi in Vaticano che, tra l’altro, non avrebbe il sostegno degli anni di ‘Mani pulite’…”.

Il fondo personale e riservato del Papa rappresenta uno dei tanti segreti sulle finanze della Chiesa cattolica, ma sulla provenienza di questo danaro si è sempre ‘favoleggiato’ e, secondo i calcoli del matematico Piergiorgio Odifreddi, la Chiesa arriverebbe a costare agli italiani 9 miliardi di euro ogni anno: come mai tanti bilanci vengono taciuti e tanti altri mancano all’appello?
“Perché sebbene “la Chiesa non si amministra con le Ave Maria”, come ripeteva Marcinkus, è importante tener lontani i fedeli dalle questioni economiche. Una Chiesa povera si aiuta, una Chiesa disinvolta si critica. Basterebbe, forse, mettere norme più chiare di trasparenza per avvicinare i fedeli e togliere loro dubbi assillanti”.

Nel 1977, un giovane e arrabbiato Joseph Ratzinger diceva che “la Chiesa sta diventando, per molti, l’ostacolo principale alla fede: non riescono più a vedere in essa altro che l’ambizione umana del potere”: qual è la situazione oggi in Vaticano?
“Di rado ho letto frase più efficace: oggi, io credo che si voglia che si faccia ordine e pulizia, ma lo Ior rimane una banca fuori dai sistemi bancari. Ritengo che un gesto in questa direzione avrebbe il sostegno della comunità finanziaria e politica internazionale”.

‘Vaticano spa’ è un libro contro la Chiesa?
“E’ un libro che svela atti, storie e trame senza ‘bolle’ anticlericali. Infatti, i primi a ringraziarmi per quest’inchiesta sono stati diversi amici sacerdoti, che leggono in ‘Vaticano SpA’ un libro che non va per ‘tesi’, bensì per documenti”.

Lo avevamo intuito, diciamo.

Riprendo da Note a Margine

«il di­vieto di diagnosi preimpian­to pare irragionevole e incon­gruente col sistema normati­vo se posto in parallelo con la diffusa pratica della dia­gnosi prenatale, altrettanto invasiva del feto, rischiosa per la gravidanza, ma perfet­tamente legittima»

Dalla sentenza del Tribunale di Bologna.

1-lug-2009

Devozione o idolatria?

A me pare un caso patente di idolatria e uno sprezzante schiaffo alla miseria.

Anche per la cattolica Irlanda i gay hanno dei diritti...

L'Irlanda ha una legge sulle coppie di fatto, anche gay.
La nuova legge prevede:

  • gli obblighi del mantenimento;
  • la successione patrimoniale;
  • adozione anche per le coppie gay;

“Questa legge assicura protezione legale alle coppie che convivono ed è un importante passo, particolarmente per le persone dello stesso sesso, per coloro i quali non vedevano garantite le loro unioni dallo Stato. La nostra opinione è che il centro di gravità del paese si sia evoluto. Non più laici contro religiosi. Ora, dopo anni di conflitti a sfondo religioso, gli Irlandesi sanno che essere giusti ed equi verso ogni persona della comunità è un bene per la comunità nel suo insieme”.

In calo l'Otto per Mille a favore della Cei.

Cala di quasi quattro punti l'Otto per Mille in favore della Cei ed è un andamento che va avanti da un po' di tempo, forse non a caso.


Dal
Manifesto.it

8 PER MILLE
di Luca Kocci

Solo un quinto dei soldi va davvero ai poveri
Il contributo usato dalla Chiesa per pagare la pubblicità
«Con l'otto per mille alla Chiesa cattolica avete fatto molto, per tanti». È la frase che accompagna gli spot radiotelevisivi e le inserzioni su quotidiani, riviste e siti web per invitare i contribuenti a destinare alla Chiesa cattolica l'otto per mille dell'Irpef. Una campagna pubblicitaria redditizia, che frutta circa un miliardo di euro di incasso annuo, e costosa: lo scorso anno, la Conferenza episcopale italiana ha speso quasi 22 milioni di euro.
Nel bilancio consuntivo del 2008, documento riservato dei vescovi reso noto dall'agenzia di informazioni Adista, la Cei ha iscritto nella sezione «proventi» 11 milioni di euro ricevuti dall'Istituto centrale per il sostentamento del clero (Icsc) per promuovere il «sostegno economico» e altri 11 milioni come «quota dell'otto per mille per attività promozionali». Denaro poi quasi interamente investito in pubblicità, visto che nel capitolo «oneri» è scritto che il «Servizio promozione sostegno economico» è costato 21.628.882 euro.
Le spese pubblicitarie sono cresciute di oltre un milione di euro rispetto al 2007 anche perché, dopo un decennio di costante incremento, quest'anno le entrate dell'otto per mille caleranno: è diminuita del 4% la percentuale di coloro che hanno scelto di dare l'otto per mille alla Chiesa cattolica - mentre aumentano le firme per lo Stato (+3,5%) e i valdesi - e soprattutto è diminuito l'incasso di 35 milioni di euro, passato dai 1.002 milioni del 2008 ai 967 del 2009. Tanto che, per fare fronte alle spese, i vescovi dovranno attingere al fondo di riserva, prelevando 42 milioni di euro.
«In Italia e nel Terzo Mondo, il tuo aiuto arriverà dove c'è bisogno di aiuto» ricordano gli spot pubblicitari. In realtà però solo un quinto dei soldi incamerati verrà destinato ad «interventi caritativi»: 205 milioni, di cui 85 per interventi nei Paesi del Terzo mondo. Quasi la metà dei soldi raccolti, 423 milioni, verrà invece utilizzata per «esigenze di culto e pastorale»: in particolare 187 milioni serviranno per l'edilizia (costruzione nuove chiese e ristrutturazioni), 156 milioni andranno alle diocesi «per culto e pastorale», 32 al Fondo per la catechesi e l'educazione cristiana, 10 milioni e mezzo ai Tribunali ecclesiastici regionali e 37 milioni e mezzo per «esigenze di rilievo nazionale», cioè campagne pubblicitarie, grandi raduni e la vasta rete di associazioni che intervengono nei diversi ambiti della vita sociale. Circa un terzo dell'intero introito, 381 milioni di euro, verrà infine riversato nelle casse dell'Icsc, che paga gli stipendi ai 38mila sacerdoti in servizio in Italia e ai 600 preti delle missioni: poco più di 860 euro al mese ad «inizio carriera», 1.350 euro mensili per un vescovo alle soglie della pensione. Salari che poi vengono arrotondati poiché ogni sacerdote attinge anche alla cassa parrocchiale e gode dei cosiddetti «diritti di stola», ovvero le offerte date dai fedeli, secondo un preciso tariffario, per battesimi, matrimoni, funerali, ecc..
In calo anche le «offerte deducibili» volontarie dei fedeli per il sostentamento del clero: è diminuito sia il numero di offerte (160.878, -6,2% rispetto all'anno precedente), sia l'incasso (16,5 milioni di euro, -1,4%). In confronto a dieci anni fa, quando le offerte superarono i 21 milioni di euro, la perdita è del 25%. L'introito resta alto, ma inferiore a quanto riescono a raccogliere altre organizzazioni con le sole donazioni volontarie (Unicef Italia e Airc 60 milioni, Medici senza frontiere 35 milioni, Telethon 30 milioni, Save the children e Emergency 20 milioni), segno che si fa strada una certa resistenza da parte dei cattolici a mettere mano al portafogli per sostenere la Chiesa e i sacerdoti.
I vescovi se ne sono accorti: le offerte dei fedeli «non sono in grado di incidere in misura significativa sul fabbisogno complessivo del sistema di sostentamento del clero», ha detto il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, presentando il bilancio all'ultima assemblea generale. E allora sono scattate le contromisure per tentare di arrestare l'emorragia di denaro, a partire dall'intensificazione della pubblicità sull'otto per mille: è necessario «continuare a puntare sulle campagne di promozione al sostegno economico per la Chiesa cattolica, per tenere alta la percentuale delle firme in nostro favore», dicono i vescovi. Poi, per incrementare le offerte deducibili, un rigido sistema di controllo delle parrocchie, ritenute le principali responsabili del pessimo risultato: tutte le 26mila parrocchie italiane d'ora in poi verranno schedate in modo che l'Icsc possa controllare le offerte provenienti da ogni singola parrocchia e, successivamente, come in una sorta di cottimo, premiare le più efficienti con incentivi economici proporzionali agli incassi. Infine la finanza: «i nostri uffici - si legge in un altro documento dei vescovi - hanno predisposto un nuovo piano di allocazione e diversificazione degli strumenti finanziari» per il prossimo triennio. Anche per evitare il tracollo del 2008 quando, riporta ancora il bilancio della Cei, i «proventi finanziari» sono scesi dai 33 milioni del 2007 a meno di 2, con una perdita secca di 31 milioni di euro. Forse qualche operazione spericolata finita male. Oppure, come spiega mons. Crociata, la colpa è della «crisi dei mercati finanziari».

25-giu-2009

Lapalissiano

Un laicismo non timoroso, che sappia esercitare con coraggio la critica delle superstizioni e promuovere la libertà degli individui, senza subire restrizioni in nome di testi inattendibili o di entità soprannaturali, è ciò che manca nella cultura e nella pratica politica del nostro paese - Carlo A.Viano

Una scuola sempre meno laica, sempre più confessionale, sempre meno libera.

l’Unità 14.5.09

Quanto dura un’ora di religione?

Sergio Bartolomei e Maurizio Mori

Del Papa si parla sempre molto, soprattutto in questi giorni di viaggio in Terra Santa. Poco rilievo, tuttavia, è stato dato dalla stampa al discorso con cui, una decina di giorni fa, il Papa stesso ha ribadito che l’insegnamento della religione cattolica (Irc), lungi dal costituire «un’interferenza o una limitazione della libertà, è un valido esempio di quello spirito positivo di laicità che permette di promuovere una convivenza civile costruttiva».
A prima vista la tesi dell’insegnamento di una religione come modello di autentica laicità è tanto paradossale da essere subito scartata. Ma forse è opportuno continuare a riflettere sulle parole papali, almeno per consentirci di mettere in luce alcuni assunti dell’attuale orientamento vaticano. Eccole.
Con gli altri insegnanti, il docente di religione cattolica deve «porre al centro l’uomo creato a immagine di Dio», sollecitando ad «allargare gli spazi della nostra razionalità». Lo scopo deve essere far capire che «la dimensione religiosa è intrinseca al fatto culturale» e permette di «trasformare la conoscenza in saggezza di vita» dando «un’anima alla scuola». La religione è infatti «parte integrante della persona» e condizione del «vivere umano completo»; in breve, «rende l’uomo più uomo».

Il rilievo del discorso papale emerge quando se ne indichino le implicazioni negative. L’idea che la religione è intrinseca alla cultura implica che senza la religione non c’è cultura o quella che c’è è insufficiente (lo dimostra la cultura scientifica che non attinge il mistero e non allarga la razionalità...). Se la religione è parte integrante della persona, chi non la coltiva è persona meno integra. Se rende l’uomo più uomo, chi non la fa propria è meno uomo, più grezzo o incompleto. E infine se la religione dà un’anima alla scuola, una scuola senza religione è arida o più povera, ecc. ecc.

Quattro secoli fa Pierre Bayle, in polemica coi devoti del suo tempo che negavano potesse esistere una comunità umana priva di religione, riconosceva come del tutto concepibile una società di “atei virtuosi”, persone cioè con solidi valori morali indipendenti dalla religione. Oggi il Papa rivendica il primato morale della religione per l’educazione quasi riecheggiando le parole dei programmi scolastici ministeriali del 1955 che vedevano nella religione «il completamento e il coronamento dell’insegnamento». L’idea di individui pensanti non religiosi è oggi per il Magistero altrettanto improbabile di quella di ateo virtuoso per gli avversari di Bayle. È in fondo l’ammissione indiretta che l’unico “laico virtuoso”, per la Chiesa, è il laico morto, rassegnato al precetto “fuori della chiesa, nessuna salvezza”.
Consulta di Bioetica


Riprendo un illuminante post di Piergiorgio Welby, di qualche tempo fa, sull'ora di religione.
I due articoli rendono bene l'idea di quale sia la strada imboccata dalla scuola italiana: sempre meno laica, sempre più monoconfessionale.

La Moratti andava fischiata prima

L’accordo sull’ora di religione cattolica nelle scuole primarie firmato dal cardinale Ruini e dal ministro Moratti merita qualche riflessione: la logica concordataria vi trova non una svolta ma un approfondimento.
Il testo recita:
«Intesa sugli obiettivi specifici di apprendimento per l’insegnamento della religione cattolica (IRC) nella scuola secondaria di primo grado».
Alcune affermazioni più significative:
«La Chiesa italiana attraverso l’insegnamento dell’ora di religione rivendica il suo diritto di orientare la formazione culturale dei giovani, di indicare valori nella società italiana e concorrere alla convivenza civile».«L’obiettivo è privilegiare una corretta visione antropologica, al servizio della verità nella carità , finalizzata a impedire al pluralismo di tramutarsi in confuso relativismo».«La Conferenza episcopale fornisce il proprio apporto per un insegnamento della religione cattolica armonicamente integrato nel sistema scolastico e dinamicamente idoneo a interagire con le altre discipline».Dunque non un`ora specifica, accanto alle altre ma dalle altre indipendente. I termini chiave sono infatti «integrazione armonica», valori, coronamento di tutta la formazione scolastica. Un ruolo, quindi, per tutti e che tocca tutte le materie, coordinandole e coronandole e integrandole.Un testo significativo. Vi appaiono chiaramente quelli che sono oggi i capisaldi della posizione del cattolicesimo. Non tanto, dunque , e non soltanto l’insegnamento di una verità particolare, quella cattolica, ma una funzione di orientamento e di formazione per tutti. La logica concordataria fa passi avanti, sempre nella linea del do ut des.Lo stato riconosce, implicitamente, il fallimento della sua presunta laicità : insegna matematica e scienze, italiano e latino, ma non riesce ad insegnare quei «valori» che sono assolutamente necessari per l’etica della convivenza civile. Chiede aiuto alla chiesa che, a sua volta, richiede un certo compenso. Non a caso proprio in questi giorni e mesi, ben quindicimila insegnanti di religione hanno ottenuto il passaggio in ruolo (pur mantenendo la nomina da parte dell’autorità ecclesiastica): non è poco di questi tempi.L’impostazione vaticana è ormai chiara e la ritroviamo anche nella polemica per il richiamo alle «radici cristiane» nella costituzione della nuova Europa. La chiesa cattolica si pretende infatti maestra universale. Una impostazione con la quale, volenti o meno, dovremo fare i conti. Ma non possiamo non chiederci se questa implicita rinuncia ai valori etici laici non danneggi l’esistenza civile di uno stato nel quale il pluralismo è necessario e non conduce necessariamente al relativismo. I credenti, poi, non possono non chiedersi se questo appiattimento del cristianesimo a livello di un magistero di «educazione civica» non sia un tradimento della specificità rivoluzionaria del vangelo.

22-giu-2009

C'è stupro e stupro.

Se una donna, durante una festa di Capodanno, viene stuprata, il Comune di Roma e il primo cittadino si sentono giustamente in dovere di costituirsi parte civile, se lo stupro è commesso da un prete pedofilo, no!
In tal caso è bene essere prudenti.

Per i particolari leggasi il post di Bastian Cuntrari.

Effetto Binetti sul PD.

Se questi dati fossero attendibili, la soluzione sarebbe scontata.

Patetici

L'ipocrisia al governo

La solita informazione da fare invidia all'Eiar, però sarebbe pure interessante proporre all'Unto del Signore un nuovo Family day, tanto per festeggiare il valore della famiglia a cui tanto tiene il nostro Premier.

P.S.:
evidentemente la Lario non aveva tutti i torti a dire del marito quel che ha detto (o meglio ancora: sapeva quel che diceva), al massimo avrà sbagliato l'età delle ragazze di qualche mese, non di più.

Anche qui e qui.





Da Bastian Cuntrari ho preso il video, ma il post è ancor più bello.

20-giu-2009

Libreria

Per i curiosi, linko la mia libreria su anobii.

Caso Welby: Belpietro condannato per diffamazione.Ovvero: quando la propaganda perde.

Da Articolo 21

Fonti radicali annunciano che, a due anni e mezzo di distanza, arrivano le prime condanne per le ingiurie a mezzo stampa subite da Mario Riccio, il medico che sospese la ventilazione artificiale nei confronti di Piergiorgio Welby. Come si ricorderà, Riccio venne processato su pubblica piazza da organi d’informazione vicini al centrodestra e al mondo cattolico, da politicanti, bioeticisti, filosofi, medici, sagrestani, e quando poi si giunse al processo vero bastò arrivare all’udienza preliminare (fin troppo…) per scoprire che aveva ragione lui. E che aveva ragione Welby.
Dunque, in primo grado sono stati condannati per diffamazione il giornalista del Giornale Stefano Lorenzetto e l’allora direttore Maurizio Belpietro (lo stesso che oggi va borbottando di deontologia professionale sul papi-gate. Ma comunque…). L’articolo in questione (per chi abbia la pazienza, e ce ne vuole molta, di leggerlo, lo abbiamo rintracciato a questo link), di Lorenzetto, uscito il 23 dicembre del 2006, è interessante perché propone una serie di stereotipi e di meccanismi riproposti in modo assolutamente identico nelle fasi finali della vita della povera Eluana Englaro. C’è un titolo urlato che propone mirabolanti scoperte che non ci sono, ossia una presunta volontà di Welby non rispettata da Riccio su come effettuare sedazione e distacco del ventilatore. Per inciso, Welby e Riccio, in realtà, concordarono le modalità dell’operazione perché l’uomo restasse lucido assieme ai suoi cari fino all’ultimo momento possibile ma non sentisse il senso di soffocamento. Quello che per Lorenzetto sembra essere un tradimento della volontà di Welby e che si chiama invece, comunemente, consenso informato. Anche su Eluana ricordiamo titoli di giornale con presunte, sconvolgenti testimonianze di amiche della donna che avrebbero dovuto ribaltare le sentenze. Poi andavi a leggere, e dicevano semplicemente che, a scuola, non era mai capitato di parlare insieme a lei della morte… Ci sono i sospetti sui parenti. Lorenzetto “stentava” a credere a Mina Welby, nonostante sia un’amabile signora che neanche la più spiccata fantasia di Agatha Christie avrebbe trasformato in orditrice di complotti assassini. Ben di più, se non altro per la lunghezza della vicenda, si è dovuto sorbire il povero Beppino Englaro, dipinto come una sorta di moderno Crono. C’è il dottor Riccio, paragonato al boia (l’abile prosa nasconde la 'sottilissima' differenza fra la sospensione di un trattamento medico non voluto e la puntura per l’esecuzione…). Proprio come i medici che hanno sospeso nutrizione e idratazione artificiali a Eluana Englaro. Come dimenticare Quagliariello (divenuto uomo di punta della PDL proprio grazie alle sparate sul caso Englaro) che urla e si agita come un ossesso in Senato urlando che la donna era stata “ammazzata”? E, in contrasto con i moderni Mengele, c’è sempre il medico “buono”, colui che vorrebbe “salvare”, colui che dispensa verità. C’è nell’articolo di Lorenzetto, e ci sono stati, durante il caso Englaro, nei salotti televisivi. Ad esempio, i due neurologi che hanno sostenuto per mesi che Eluana potesse essere alimentata per via naturale. E solo i lettori e gli ascoltatori più accorti hanno potuto sapere che uno l’aveva vista (non visitata) una o due volte, e l’altro neanche quelle (ma quest’ultimo ha rimediato una candidatura alle Europee con l’UDC, grazie alle sue comparsate).
Insomma, stereotipi che ritornano, incantati come dischi rotti. Informazione “ideologica”, l’ha definita Beppino Englaro in un’intervista rintracciabile su questo sito. E’ forse troppo signorile per chiamarla con la vera etichetta: propaganda.

19-giu-2009

Apostoli della Vita, nemici giurati della verità.

Da MicroMega.it

Condannati i diffamatori di Piergiorgio Welby


di Maurizio Turco e Marco Cappato

Iniziano a giungere le prime condanne per diffamazione sul caso Welby, che, come il caso Englaro, ha visto scendere in campo una portentosa opera di disinformazione e manipolazione della verità a danno, anzitutto, dei cittadini che vengono ritenuti ‘popolo bue’ al quale dare a credere qualsiasi ciarpame pur di evitare che si formi una coscienza collettiva, basata sulla conoscenza, su temi quali il fine vita.

E così l’opera volta a ristabilire la verità ed a restituire l’onore e la reputazione ai diffamati deve giungere attraverso i Tribunali Italiani.

E’ recente, difatti, la condanna per il reato di diffamazione inflitta in sede penale, in primo grado, dal Tribunale di Desio, Sezione distaccata del Tribunale di Monza, a Maurizio Belpietro, 800,00 Euro di multa – all’epoca direttore de Il Giornale – ed al giornalista Stefano Lorenzetto, 1.200,00 Euro di Multa. Diffamato il dott. Mario Riccio, difeso dall’avv. Giuseppe Rossodivita, al quale il Tribunale ha riconosciuto tra risarcimento e riparazione pecuniaria la somma di 53.000,00 Euro, oltre la riparazione specifica della pubblicazione della sentenza su Il Giornale.

L’articolo, pubblicato in prima pagina il 23.12.2006, titolava in riferimento a Piergiorgio Welby “Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà” ed ‘illuminava’ i lettori su come “il dr. Mario Riccio, il medico venuto da Cremona”, che ha adottato il metodo “dei boia aguzzini che eseguono le sentenze capitali negli USA”, se ne fosse “fregato della volontà di Welby.”

Ricorda il Tribunale che la critica per essere socialmente utile e dunque legittima, anche quando lesiva della reputazione di terzi, deve avere come presupposto dei fatti veri; in caso contrario è un mero pretesto per diffamare.

Ed è di oggi, ancora, la sentenza del Tribunale Civile di Roma, resa in primo grado, con la quale il Movimento Politico Cattolico Militia Christi, è stato condannato con sentenza immediatamente esecutiva a risarcire la somma totale di 60.000 Euro, pari a 20.000,00 Euro ciascuno, a favore dell’Associazione per la Libertà della ricerca scientifica Luca Coscioni, dell’Associazione La Rosa nel Pugno e del dr. Mario Riccio, tutti difesi dall’Avv. Giuseppe Rossodivita.
Il Tribunale ha anche ordinato la definitiva rimozione dal sito internet dell’Associazione Cattolica del comunicato stampa dal titolo “Profanatori ed assassini”.

La senatrice Binetti, anch’ella convenuta in giudizio dal dr. Mario Riccio, dall’Associazione Coscioni e da Radicali Italiani, davanti al Tribunale di Roma, come anche per altra diversa causa l’on. Luca Volontè convenuto in giudizio da Marco Pannella, Emma Bonino e Marco Cappato, si sono invece trincerati dietro l’immunità parlamentare e l’insindacabilità delle opinioni espresse da parlamentari attraverso i giornali ed i comunicati. Parlano, scrivono comunicati, rilasciano interviste, ma poi non ci pensano neppure – o forse ci pensano sin troppo bene - a difendere le loro affermazioni in Tribunale.

(17 giugno 2009)

Qui il commento del Dott. Mario Riccio.

18-giu-2009

Torno presto.

E' solo un po' di stanchezza, presto tornerò a scrivere.
Sarà che sono un fannullone* stacanovista, ma sono allo stremo in questo periodo.

*Per chi non lo sapesse, fannullone è sinonimo di dipendente pubblico.

15-giu-2009

La minaccia papista che grava sulla scuola repubblicana

Da Micromega.it

di Pierfranco Pellizzetti, da Il Secolo XIX

«La prima battaglia per la democrazia la si combatte difendendo la scuola pubblica», tuonava Dario Franceschini nei suoi ultimi comizi elettorali. E così, prima ancora che “di sinistra”, diceva “qualcosa di repubblicano, di civico”.
Ma la scuola pubblica non è sotto minaccia soltanto per la politica di prosciugamento finanziario e tagli promosso dal duo Gelmini-Tremonti. Perché all’azione devastatrice esterna se ne affianca da tempo una per vie interne, molto meno visibile quanto ben più insidiosa: la lenta corrosione dei principi ideali e delle ragioni stesse che fanno della scuola pubblica la colonna portante della democrazia reale.
Dunque, la strategia – definibile “entrista” e in cui spicca Comunione e Liberazione, organizzazione in bilico tra affari e fondamentalismo religioso – che destabilizza silenziosamente l’impianto culturale dell’insegnamento come laicità del pensiero attraverso l’immissione di un personale docente portatore e propugnatore di valori alternativi.
Gutta cavat lapidem, la goccia scava la pietra, dicevano i latini. E queste gocce, diventate il fiume carsico che quotidianamente trascina via frammenti preziosi di un mosaico cognitivo dato per intangibile e finalizzato a forgiare personalità da “buoni cittadini”, sono le centinaia di professoresse e professori entrati nelle aule quali insegnanti di religione e poi regolarizzati, stabilizzandoli nel ruolo come docenti titolati in qualsivoglia materia. Senza selezioni né concorsi (tra l’altro, in spregio alla folla di precari in attesa da decenni della legittima certezza di un posto di lavoro sicuro).
Con evidenti effetti sovversivi riguardo al ruolo esercitato. Infatti, se la scuola repubblicana è per principio fedele alla Repubblica Italiana, la fedeltà di queste nuove immissioni tende invece a rivolgersi (spesso esclusivamente) verso chi li ha scelti e messi in cattedra: i propri vescovi. Situazione acuita dal fatto che nei paesi civili “religione” significa “storia delle religioni”, mentre nelle nostre istituzioni scolastiche il tutto si riduce a “dottrina di Santa Romana Chiesa”.
Sicché ne risultano stravolti i criteri stessi d’insegnamento. Per cui il “sommo Dante” è tale perché sbatte gli eretici all’inferno, non in quanto straordinario esponente intellettuale della propria epoca (che talvolta era capace di inserire lampi di poesia in un ragionamento tra il politico e il teologico); Galileo Galilei viene misurato esclusivamente sul metro dell’ortodossia e dell’abiura, a prescindere dal valore intrinseco del suo contributo rivoluzionario.
Per cui la nobiltà della didattica risulta troppo spesso svilita a puro indottrinamento, agit-prop. Come ne danno preoccupante testimonianza recenti casi di “questioni sensibili” affrontate nelle nostre aule in discussioni che hanno visto gli ex professori (e professoresse) di religione, ormai ascesi al rango di tuttologi, fare sovente la parte del leone; quali cinghie di trasmissione delle tesi dell’alto clero vaticano presentate come verità indiscutibili: dalle vicende drammatiche di Eluana Englaro, costretta a vegetare in una sorta di non-vita imposta dall’alimentazione forzata a mezzo sondino, alle posizioni del papa in Africa riguardo alla contraccezione per i malati di AIDS.
Insomma, un’evidente e permanente minaccia per lo spirito critico, matrice in prospettiva di obbedienti greggi papiste.
Bene ha fatto il cattolico Franceschini a porre il problema. Resta da vedere quanto i maggiorenti del suo partito intendano seguirlo. Quegli stessi che sfilarono all’UDC una fanatica religiosa anti testamento biologico, tal Dorina Bianchi, per metterla al posto del cattolico laico Ignazio Marino.
Sul governo in carica è inutile far conto, visto il suo ostentato disinteresse per i principi repubblicani. Cui antepone quanto gli conviene e i relativi sondaggi.

(10 giugno 2009)

10-giu-2009

Una battaglia di civiltà

Da IBL

Abolire il sostituto d'imposta: fintantoché il prelievo fiscale sarà occultato in vario modo a chi deve subirlo, la mancata trasparenza garantirà vita facile ai “tartassatori”

di Antonio Martino

Diversi quotidiani, fra i quali Libero, si sono occupati del caso di Giorgio Fidenato, un imprenditore agricolo friulano che dall’inizio dell’anno versa ai propri dipendenti lo stipendio lordo, inclusivo delle ritenute che a vario titolo devono essere versate all’erario, lasciando ad essi il compito di effettuarne il versamento. L’iniziativa mi ha riportato alla mente una battaglia di molti anni fa e suggerisce l’opportunità di ricordarla.

Le ritenute effettuate dal datore di lavoro vennero introdotte negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale per rendere più agevole il prelievo fiscale in quel momento eccezionale. La proposta fu di Milton Friedman e la moglie Rose non gliel’ha mai perdonata, convinta che se avrebbe agevolato il prelievo avrebbe avuto anche conseguenze molto negative da altri punti di vista. In questo caso mi trovo d’accordo più con Rose che con Milton.

Il sistema delle trattenute, infatti, che trasforma il datore di lavoro in un esattore di imposte non pagato, ha l’enorme inconveniente di nascondere l’entità del tributo a suo carico al contribuente effettivo. Per il datore non fa differenza versare l’intera somma al lavoratore oppure in parte a lui ed in parte allo Stato; a pagare le imposte, quindi, è sempre il dipendente sia che lo faccia direttamente sia che per suo conto vi provveda il datore di lavoro. Ma fra le due soluzioni c’è una differenza enorme: se il versamento degli oneri fiscali viene fatto direttamente dal lavoratore, questi sa esattamente quanto paga di imposte. Se, invece, gli viene corrisposto lo stipendio al netto delle ritenute, che vengono versate dal datore allo Stato, egli guarderà al suo stipendio netto e non saprà con esattezza quanto versa all’erario per il tramite del suo “sostituto d’imposta”.

Per questa ragione proposi che la figura del sostituto d’imposta venisse abolita in modo da accrescere la consapevolezza dei lavoratori dell’entità degli oneri di cui lo Stato li grava. La proposta scandalizzò molti benpensanti, specie a sinistra: ricordo un dibattito con Michele Salvati e Benedetto della Vedova nella sede del Partito Radicale. Salvati era contrarissimo alla mia proposta sostenendo che avrebbe fatto aumentare l’evasione. Stranamente, anni prima essa aveva avuto il consenso di Valentino Parlato che in un editoriale del Manifesto l’aveva difesa proprio perché a parer suo avrebbe garantito anche ai lavoratori dipendenti il diritto all’evasione!

In realtà non si vede perché l’abolizione del sostituto d’imposta dovrebbe favorire l’evasione: se il datore versasse ai suoi dipendenti lo stipendio lordo e comunicasse all’amministrazione finanziaria l’entità dei compensi corrisposti, questa potrebbe recapitare ai lavoratori una bolletta con l’importo delle imposte dovute. Il sistema di pagamento delle imposte sarebbe simile a quello che usiamo per il telefono, l’energia, l’acqua, la raccolta dei rifiuti urbani eccetera, e non mi risulta che gli utenti evadano cifre astronomiche.

L’abolizione del sostituto d’imposta è una battaglia di civiltà: faceva parte del programma di Forza Italia del 1994, nel 2000 fu oggetto di un referendum di iniziativa radicale ed è meritoria la battaglia dell’imprenditore friulano che oltre tutto ci ricorda che l’obiezione civica è uno strumento legittimo ed utile per promuovere quei cambiamenti che avvantaggiano tutti noi.

Fintantoché il prelievo fiscale sarà occultato in vario modo a chi deve subirlo, la mancata trasparenza garantirà vita facile ai “tartassatori”, a quanti negano che la fiscalità possa essere eccessiva ed erodere la nostra libertà. Se, invece, la fiscalità fosse trasparente ed i contribuenti consapevoli di quanto sono costretti a pagare, è assai improbabile che accetterebbero senza battere ciglio un prelievo di quasi la metà del loro reddito.

Quanti auspicano una maternità consapevole (ogni figlio sia un figlio voluto), e vogliono che si diffonda l’uso degli anticoncezionali per realizzare quell’obiettivo, dovrebbero comprendere facilmente il merito di una proposta che mira ad ottenere una fiscalità consapevole (ogni imposta sia voluta perché giustificata) ed appoggiarla. Fidenato si batte anche per tutti noi: solo un fisco trasparente garantisce che non se ne abuserà.

Ylenia, morta per paura di essere denunciata

Da Micromega.it

Caro direttore, alle tante notizie degli ultimi giorni, le fotografie delle festicciole del presidente del Consiglio; la sua giovane amica Noemi scortata dai vigili al seggio elettorale, i risultati delle elezioni, la soddisfazione dei vittoriosi, i leghisti che non stanno in sé dalla gioia, gli abbracci affettuosi, i sorrisi le risate le strette di mano degli uomini politici, Gheddafi a Roma, e via di seguito, vorrei accostare la notizia di una sventurata trovata morta dissanguata a Torre a Mare (Bari) il 9 giugno. Il giorno dopo avrebbe conpiuto 40 anni. Vira Orlova, detta Ylenia, lavorava come badante presso un'anziana signora. Secondo i carabinieri, ha iniziato a perdere sangue nella notte, a causa di un aborto spontaneo. Chiusa nella stanza, ha aspettato e sperato di star meglio. Ma quando ha provato ad andare in bagno, si è sentita male ed è caduta: è morta senza chiamare soccorso. Non aveva il permesso di soggiorno, ed ha avuto paura di perdere il lavoro e di essere denunciata. Il sangue, tanto sangue, lo aveva raccolto in una bacinella.

Elisa Merlo
10.06.09

Un dubbio



Insomma, o quel che dice Travaglio è vero o è falso almeno in qualche punto.
Se la seconda ipotesi è giusta, come mai può continuare, inpunemente, a dire queste cose di papi?

Elogio dell'evasione fiscale (?)



Dimenticavo il link, l'ho preso da qui

9-giu-2009

L'unica corrente che vince è quella del coraggio

Da www.unita.it

di Cristiana Alicata

Non è Berlusconi il problema. Non è lui a vincere. Il problema siamo noi, siamo noi che perdiamo, siamo noi che non “tocchiamo” le viscere del Paese.

L’Italia è come Roma. E’ stato Rutelli a perdere. Non Alemanno a vincere.

Tempo fa, durante una tappa della Carovana Democratica, coniai, nell’ indignazione generale, una definizione per la politica del Pd: una politica con il preservativo. Una politica che in qualche modo mantiene una certa distanza dalla “carne” del problema e finisce per avere una dose, ahimé, di sterilità. Fare politica con il preservativo significa affermare, per esempio, di volere essere laici, ma non avere, poi, il coraggio di firmare, come partito, la piattaforma dell’Ilga (International lesbian and gay association) firmata dai maggiori partiti europei a cui facciamo noi stessi riferimento. Significa vedere le adesioni dei singoli dirigenti di partito alla stagione dei Gay Pride, ma non avere mai sentito, dalla bocca dei candidati più quotati (se si escludono Scalfarotto, Serracchiani e pochi altri le cui firme trovate sul sito dell’Ilga) parole per una minoranza così tanto discriminata nel mese dell’anniversario di Stonewall. Nel mese in cui Obama, di là dall’oceano, dichiara giugno mese dell’orgoglio omosessuale.

Obama nominò la comunità omosessuale più volte durante la sua campagna elettorale. Lui nero. Accusato di essere filo-mussulmano. Se ne è fregato dell’opportunità. Non si è chiesto se fosse opportuno dire o non dire. E ne ha parlato, tra le nostre lacrime di cittadini discriminati in patria, nel suo commovente discorso di insediamento. Lo ha fatto su questo tema e su moltissimi altri. Il successo del discorso di Debora Serracchiani all’assemblea dei circoli, ci aveva cominciato ad insegnare qualcosa. Ci aveva insegnato che la gente vuole che la politica non parli per opportunità. Non pensi al proprio capo-corrente. Alla propria poltrona. La nostra gente vuole che diciamo cose inopportune. Cose coraggiose. Il coraggio è inopportuno. E noi vogliamo un PD inopportuno. Il coraggio coinvolge. E’ virale. Il coraggio porta la gente a votare. Porta la gente nei circoli.
Il coraggio non si chiede quanti voti perde. Si chiede che Paese vuole.

Il coraggio non attacca soltanto. Il coraggio propone. Come fa Mercedes Bresso che promette in 100 giorni una legge per le coppie di fatto in Piemonte. E lo fa sotto elezioni. Se ne frega dell’opportunità perché sa che è una cosa giusta. Il coraggio è Chiamparino che ospita la bandiera rainbow in municipio. Quando il PD si accorgerà del modello Piemonte, per esempio, e lo dico da romana che ha visto sgretolarsi il modello Roma, e ne farà buon uso?

E attenzione a chi dice che occupandosi dei gay non ci si occupa dei problemi del paese. Allora anche quando ci occupiamo di migranti. Di legge 40. Ogni problema può essere considerato NON importante rispetto agli altri. Un partito democratico NON può, non deve, fare la cernita della democrazia. Altrimenti non è davvero democratico. La questione omosessuale è solo la cartina di tornasole più evidente della nostra troppa codardia.
D’ora in poi, in questo partito, sosterrò soltanto la corrente del coraggio e mai più quella dell’opportunità.
07 giugno 2009

Avere le televisioni non serve a nulla, è proprio vero.

Dicono che a Mediaset i giornalisti siano bravi e soprattutto liberi.

8-giu-2009

Le bugie di Vespa.


Preso da qui

L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni:

ORDINA Alla società RAI – Radiotelevisione italiana Spa di prevedere, nelle prime puntate utili e comunque prima della convocazione dei comizi per le elezioni europee ed amministrative del 6 e 7 giugno 2009, la presenza dei soggetti politici segnalanti (Lista Bonino-Pannella) nei programmi di approfondimento informativo “Porta a Porta”, “Annozero” e “Ballarò”, dando così concreta attuazione al richiamo contenuto nella delibera n. 6/09/CSP del 28 gennaio 2009, al fine di assicurare, anche attraverso spazi compensativi, il rispetto dei principi di completezza e correttezza dell’informazione, obiettività, equità, lealtà, imparzialità, pluralità dei punti di vista tra le forze politiche in condizioni di parità di trattamento
DELIBERA N. 36/09/CSP, 18 marzo 2009

CONSIDERATO, che la concessionaria del servizio pubblico generale radiotelevisivo non ha assicurato, nel ciclo delle puntate dei programmi “Porta a Porta”, “Annozero” e “Ballarò” sin qui trasmesse, la presenza dei soggetti politici segnalanti (Lista Bonino-Pannella) venendo meno ai princìpi di completezza e correttezza dell’informazione, obiettività, equità, lealtà, imparzialità, pluralità dei punti di vista tra le forze politiche in condizioni di parità di trattamento
DELIBERA N. 6/09/CSP, 28 gennaio 2009

si rileva che dopo l’emanazione da parte dell’Autorità dei provvedimenti assunti in data 22 maggio (delibera n. 85/09/CSP e delibera n. 89/09/CSP) un inizio di riequilibrio è avvenuto ma che, tuttavia, l’inversione di tendenza intrapresa deve necessariamente essere portata a compimento entro il termine della campagna elettorale in corso, sia con riguardo ai telegiornali che relativamente ai programmi di approfondimento informativo
DELIBERA N.106/09/CSP, 4 giugno 2009

i dati del monitoraggio a disposizione dell’Autorità, forniti dall’ISIMM Ricerche, relativi al periodo dal 29 aprile all’8 maggio 2009, relativi alle testate giornalistiche delle emittenti nazionali pubbliche e private mostrano uno squilibrio nella presenza delle forze politiche, in particolare nel rapporto tra le forze politiche maggiori e le liste di nuova formazione, che hanno avuto sinora una presenza irrilevante nei notiziari e nei programmi di informazione, ed, inoltre, una sovraesposizione del Governo
DELIBERA N. 77/09/CSP, 19 maggio 2009

La società R.T.I. Reti Televisive Italiane Spa, esercente l’emittente per la radiodiffusione televisiva in ambito nazionale Canale 5, con sede in Roma, Largo del Nazareno, 8 - c.a.p. 00187, è richiamata a rispettare nel programma “Matrix”, nei confronti dei soggetti politici segnalanti (“Lista Emma Bonino”), i principi di completezza e correttezza dell’informazione, obiettività, equità, lealtà, imparzialità e pluralità dei punti di vista tra le forze politiche in condizioni di parità di trattamento
DELIBERA N. 39/09/CSP

E si parla dell'aspetto quantitativo delle presenze Tv, si dovrebbe considerare poi come vengono date le notizie sui radicali, se e quando vengono date...
Prevedibilmente i radicali saranno presenti da Vespa (se lo saranno) alle prossime elezioni, nel frattempo cadranno nell'oblio.

P.S.:
ho trovato La Russa vergognoso.

La Serracchiani batte Berlusconi. Vorrà dire qualcosa?

Come dovrebbe apparire chiaro a chi legge regolarmente questo blog, il sottoscritto non si sente al momento né di destra né di sinistra, semmai pretenderebbe di essere un laico (quindi, laicista) e liberale, liberista e libertario, ma non senza qualche incertezza, non senza qualche dubbio, soprattutto quando la realtà sembra non volersi piegare ai "sacri" principi.
Per cui da queste parti si guarda a destra e a manca in cerca di qualcosa o di qualcuno che si possa apprezzare indipendentemente dalle appartenenze politiche.
Debora Serracchiani (anche qui) sembrava una di queste.

Ad una riunione dei circoli del Pd disse parole che mi parevano condivisibili e chiare
(vedi link sopra), nella loro semplicità e scontatezza. Ma nel Pd nulla è scontato, se non la paralisi politica e la sterilità programmatica.

Bene, la Serracchiani nel Nord-Est ha battuto Berlusconi:

"Debora Serracchiani, la giovane segretaria di un circolo del Pd diventata l’astro nascente del Pd dopo il suo intervento ad un’assemblea del partito, batte in Friuli Venezia Giulia Silvio Berlusconi con 73.910 preferenze contro le 64.286 raccolte dal presidente del Consiglio. «Mi sveglio, un occhio ai dati e ... in Friuli Venezia Giulia Debora batte "papi" 73.910 a 64.286». Così Debora Serracchiani commenta su Facebook il suo personale successo in Friuli, dove è riuscita a ottenere più preferenze del premier "

Evidentemente ha saputo raccogliere gli umori della base del partito (solo?), che pare assai lontana da chi lo guida. La sua candidatura è nata infatti proprio dai circoli del Pd, non dai vertici.

Se invece di fare primarie finte con vincitori già stabiliti se ne facessero di vere (quelle Usa lo sono), quanto ci guadagnerebbe la democrazia e la sua capacità di rispondere alle esigenze del popolo che si pretende di rappresentare?

Peccato!

La Lista Bonino-Pannella non ce l'ha fatta, anche se tutto sommato il risultato elettorale che ha ottenuto, il 2,4% dei consensi, non è da buttar via, soprattutto in considerazione del fatto che ad una settimana dal voto solo il 3% degli italiani sapevano dell'esistenza della lista e i sondaggi la davano all'1,1%.
Con un'informazione rispettosa della legge, chissà...
Peccato!

7-giu-2009

IOR: LA FINANZA DELLE “OPERE DI MALE”

di Massimo Teodori


Che la banca del Vaticano, l’Istituto Opere di Religione (IOR), non fosse un ente finanziario dedito solo a “opere di bene”, era noto. Ciò che documenta con rigore Gianluigi Nuzzi in Vaticano S.p.A. sono le sue “opere del male” sulla base dell’archivio di monsignor Renato Dardozzi, per trent’anni al vertice della banca. Il malaffare che emerge dai 4000 documenti consultati sembra non avere fondo: riciclaggio per conto della criminalità organizzata, maxitangenti politiche, speculazioni finanziarie di colletti bianchi e maneggi di cardinali e vescovi dediti a mammona.

Chi ha letto le carte delle inchieste parlamentari Sindona e P2 conosceva l’ampiezza delle losche vicende della banca vaticana guidata da Paul Marcinkus dal 1971 agli anni ‘80. Il connubio tra l’IOR e Michele Sindona divenne strettissimo quando, nella primavera del 1969, Paolo VI incaricò il banchiere siciliano di trasferire il “patrimonio di Pietro” sui mercati internazionali per evadere la tassazione italiana. E’ così che quel complesso sistema finanziario divenne nei paradisi offshore il canale privilegiato in cui si mescolavano i tesori vaticani con quelli di Cosa Nostra e dei vip italiani che, al momento del crack del 1974, si salvarono con la famosa la “lista dei 500” sottratta al curatore fallimentare Giorgio Ambrosoli. Il capitolo successivo della stessa storia fu scritto dal sodalizio tra Marcinkus e Roberto Calvi che finì anch’esso con il fallimento dell’Ambrosiano (1982) da cui risultò che il Vaticano era debitore di 1200 miliardi, recuperati solo in parte dal ministro Beniamino Andreatta.

Le vicende che collegano l’IOR a Sindona, Calvi e agli emuli potrebbero essere considerate solo una pagina della finanza nera internazionale se non fossero intrecciate con la storia della nostra Repubblica. La banca vaticana, sia con la presidenza Marcinkus indagato dal Parlamento (1969-1982), sia nella successiva stagione di monsignor Donato de Bonis documentata in Vaticano S.p.A. (anni ’80 e ’90), ha potuto fare da cerniera tra due grumi del malaffare finanziario e politico, grazie al singolare statuto dell’IOR, l’unica banca facilmente accessibile al centro di Roma ma impenetrabile ai controlli sul riciclaggio e agli interventi giudiziari. La singolare potenza dell’IOR è dunque consistita nel fatto che da una parte della cerniera c’è il Vaticano, non come autorità religiosa, ma come potenza finanziaria in grado di rendere servizi discreti, occulti ed efficaci ai politici corrotti, alla criminalità internazionale e agli affaristi italiani; e dall’altra si muove quel sottobosco della politica italiana che si serve di professionisti dell’intermediazione illegale come Licio Gelli.

Il manovratore di questa cerniera, per avvicinare o separare le due parti, è sempre stato Giulio Andreotti. Nella conclusione della mia relazione all’inchiesta parlamentare, dopo avere analizzato le tante vicende che si sono compiute all’ombra della loggia, si legge “…perciò la P2 merita Andreotti come capo”. Volendo con ciò significare che si è fatto folclore nel rappresentare il leader democristiano abbracciato a Licio Gelli o a Totò Reina, mentre si è sottovalutato la realtà “strutturale” dei suoi rapporti con le galassie facenti capo all’IOR. Andreotti ha saputo con maestria gestire lo snodo tra il potere mondano delle segrete stanze del Vaticano e il potere incistato nei sotterranei della politica italiana. Una documentazione del libro di Nuzzi riguarda appunto il “Fondo cardinal Spellman” dell’IOR a disposizione di Andreotti, attraverso cui per anni sono state gestite le più indecifrabili operazioni per migliaia di miliardi di lire.

Non sappiamo se oggi sia ancora attivo il lato malavitoso dell’IOR dove sono transitati, tra l’altro, i tesori della mafia (secondo Massimo Ciancimino), la maxitangente Enimont gestita da Carlo Sama, Sergio Cusani e Luigi Bisignani, e innumerevoli altre operazioni finanziarie per conto di fantomatiche fondazioni. Ma sarebbe arrivato il momento che il mostro finanziario IOR, legibus solutus, venga ricondotto al rispetto delle regole di controllo nazionali e internazionali, possibilmente con l’abrogazione del Concordato in base al quale possono essere commessi impunemente tanti misfatti.


Gianluigi Nuzzi, “Vaticano S.p.A. Da un archivio segreto la verità sugli scandali finanziari e politici della Chiesa”, Chiarelettere, Milano, 2009, pp.280,


Pubblicato da “Il Sole 24 Ore-Domenica”, 7 giugno 2009

La tempistica conta, caro Ratzinger.

«Dio è tutto e solo amore -aveva detto poco prima il Pontefice- amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica». «Lo possiamo in qualche misura intuire -ha aggiunto- osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è impresso il "nome" della Santissima Trinità, perchè tutto proviene dall'amore, tende all'amore, e si muove spinto dall'amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà».
(Ratzinger, 07.06.09)

Perché non pronunciarle all'indomani del 06.04.09 queste sublimi parole?

Intermezzo.



Dalla sonda automatica giapponese Selene/Kaguya mentre sorvola la Luna alla quota di un aereo di linea, man mano che la sua orbita decade. Kaguya si schianterà sulla Luna alle 18.30 GMT del 10 giugno, sulla faccia visibile del nostro satellite naturale principale.

Da Il Disinformatico

5-giu-2009

Massimo Teodori si astiene: peccato! Intanto la Lista Bonino-Pannella è in forte recupero.

MASSIMO TEODORI

IL 7 GIUGNO MI ASTENGO


Non posso votare Berlusconi perché è mille miglia lontano dai miei valori ideali e politici, dalla mia cultura e dal mio senso del diritto e dello Stato.

Non posso votare il Partito democratico che non mi dà alcun affidamento per un sano riformismo laico e liberale.

Non posso votare Casini perché la sua rincorsa clericale non è neppure degna della tradizione della balena bianca.

Non possono votare Di Pietro perché detesto il giustizialismo, il populismo e la demagogia.

Non posso votare la Lega perché non ho nulla a che fare con il localismo e l’etnofobia.

Non posso votare le destre che mi sono congenialmente estranee.

Non posso votare “Sinistra e libertà” e i Comunisti perché avverso le tendenze che hanno impedito la nascita di una sinistra riformatrice in Italia.

Non posso votare i pannelliani perché il culto della personalità e il vittimismo sono la caricatura del radicalismo laico e liberale.

E non mi posso neppure turare il naso, come aveva detto Salvemini nel 1953 ancor prima di Montanelli, perché ho un gran raffreddore, e resterei soffocato.

Quindi mi asterrò. Conosco il disvalore dell’astensione. Ma la mia non è un’indicazione politica: è solo la fedeltà alla mia coscienza.

***







Mi tocca dissentire dal Prof. Massimo Teodori.
Liquidare i radicali semplicemente definendoli come dei "pannelliani" afflitti dal culto della personalità e dal vittimismo, mi pare riduttivo e ingeneroso.
I radicali, e lo dico da non radicale, sono qualcosa di più e di meglio: non dovrebbe essere necessario ricordare che nello scenario politico italiano sono effettivamente l'unico partito coerentemente laico, liberale e liberista.
Quanto al vittimismo è bene ricordare che ci sono, e non solo per le elezioni di questo periodo, sentenze dell'Agicom che condannano le Tv pubbliche e private italiane, per non aver rispettato la legge che regola le presenze Tv durante le campagne elettorali.
Quindi non si tratta affatto di vittimismo, ma di fatti controllabili da chiunque voglia infromarsi.

Pare che negli ultimi giorni le intenzioni di voto degli elettori si siano fatte più favorevoli alla Lista Bonino-Pannella, guarda caso proprio dopo che uno sciopero della fame dei radicali ha costretto ad un parziale (e ancora illegale) riequilibrio delle presenze Tv, tanto che è capitato di vedere prima Bonino poi Pannella ad Anno Zero, un evento che definirlo straordinario è dir poco.
Pare, ripeto, pare, che la lista sia prossima al 3%, con un'informazione legale forse il 4% lo avrebbero raggiunto in scioltezza.

Questo per quanto rigurda le trasmissioni Tv durante le campagne elettorali, vogliamo parlare di quando non ci sono in vista elezioni?
I radicali vengono cancellati regolarmente, anche quando, come detto in altri post, per l'argomento trattato la loro presenza sarebbe quantomeno giornalisticamente corretta.

Perciò, dove sia il presunto vittimismo dei radicali, mi pare un vero mistero.

Riassumendo, i radicali per gli sparuti liberali e laici di questo paese, costituiscono una delle poche speranze su cui fare affidamento e per quanti difetti possano avere non ci sono al momento alternative reali.

E l'astensione non è un'alternativa, è un voto dato ai clericali e agli illiberali che ci governano da tanti, troppi anni.

Anatomia dell'integralismo.

"Ciò che l’integralista non sopporta, in realtà, non è che esistano delle persone che non si comportano come, secondo lui, dovrebbero, ma che queste persone, comportandosi così, sembrino raggiungere comunque la felicità: l’integralista, per questo motivo, è perfettamente in grado di mostrarsi comprensivo con il “peccatore” pentito o con quello non ancora pentito ma disposto a dichiararsi non soddisfatto pienamente del suo stile di vita; non riesce invece a perdonare il “peccatore” che si dice soddisfatto della sua condotta e la sbandiera in pubblico senza problemi né sensi di colpa"

Leggi tutto da Galatea
.

Decalogo dell'uomo pubblico

Da LaStampa.it
03.06.09

Carlo Federico Grosso

D i questi tempi sono di moda le «dieci domande». Ieri, Festa della Repubblica, e quindi delle pubbliche istituzioni, riflettendo sulla classe politica, un po’ sul serio, un po’ per gioco, mi sono domandato: quali potrebbero essere le dieci qualità morali che un uomo politico deve ancora oggi possedere, nonostante i grandi mutamenti del costume e del modo di pensare, affinché nei suoi confronti si possa dire: bravo, hai senso dello Stato. Sei pertanto, almeno sotto questo profilo, adatto a governare.

Nel procedere a questo piccolo decalogo delle pubbliche virtù, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Al primo posto metterei il rigore nella gestione del pubblico denaro. Che di un uomo politico mai si possa dire, o anche soltanto pensare: sei un corrotto, hai peculato, concusso, abusato dei pubblici poteri. Lo afferma tuttora il codice penale, ipotizzando, quantomeno in linea di principio, pene rigorose in caso di violazione delle norme.

In seconda posizione collocherei il rispetto delle regole. Un uomo di Stato non può infrangere le leggi o cercare di aggirarle. Può proporre modifiche legislative, mutare la Costituzione nelle parti in cui essa è modificabile, cambiare, entro confini ragionevoli, i rapporti fra i poteri dello Stato. Nel perseguire i suoi obiettivi politici, egli deve tuttavia osservare rigorosamente, sempre, i principi costituzionali dello Stato di diritto.

Egli deve pertanto, innanzitutto, salvaguardare la divisione dei poteri: le prerogative sovrane del Parlamento, l’autonomia dell’ordine giudiziario, l’incisività e il prestigio degli organi di garanzia (Corte Costituzionale, Consiglio superiore della magistratura) ai quali è, rispettivamente, affidato il controllo sulla legittimità costituzionale delle leggi e la tutela dell’indipendenza della magistratura. Preservare, in altre parole, il sistema di pesi e contrappesi.

In ulteriore posizione collocherei lo stile di vita. Penso che, se non viola la legge, ciascuno di noi, nella sfera privata, sia libero di praticare vizi o virtù come gli pare. Un uomo pubblico deve tuttavia, quantomeno, apparire rigoroso: non deve dare scandalo, ostentare potere, esibire privilegi. Come uomo di Stato, egli deve essere, piuttosto, modello di equilibrio, saggezza, sobrietà, moderazione. L’uomo politico che ha senso delle istituzioni non dovrebbe, d’altro canto, mai temere il controllo popolare: dato che ciò che lo concerne ha, pressoché sempre, un interesse pubblico, mai dovrebbe, dunque, cercare di nascondere le sue condotte, bloccare la pubblicazione di notizie, limitare la libertà dei giornalisti di dire e raccontare. Gli dovrebbe essere sufficiente il rispetto del diritto, sacrosanto, a non essere diffamato attraverso la pubblicazione di notizie false.

L’uomo di governo dovrebbe, soprattutto, operare, sempre e soltanto, nell’interesse della gente. Si parla, in questa prospettiva, di bene pubblico, di interesse collettivo, l’unico che nella gestione della «res pubblica» si dovrebbe perseguire. Si tratta, ovviamente, del profilo più importante, della sintesi di tutte le altre possibili virtù. In questa prospettiva, lo ha ribadito ieri l’altro il Presidente della Repubblica, la classe politica dovrebbe farsi carico, tutta insieme, dell’indispensabile ammodernamento dello Stato, per rendere le istituzioni pubbliche più snelle, efficienti, pronte nel rispondere, con i servizi, alle esigenze della gente.

Vi sono, poi, innumerevoli altri requisiti: ad esempio, l’uomo pubblico dovrebbe mostrare rispetto per le idee degli avversari, essere sempre educato e controllato nei dibattiti, non dovrebbe mentire a chi lo interroga su fatti pubblici o su fatti privati di pubblico interesse, dovrebbe rimuovere le situazioni di conflitto, per evitare che anche un solo cittadino sospetti che egli possa perseguire interessi privati nella gestione del potere.

Il decalogo potrebbe d’altronde continuare. Quanti di questi elementari pubblici doveri si riflettono peraltro sempre nel modo di fare quotidiano di ministri, sottosegretari, onorevoli di maggioranza e opposizione, presidenti regionali, sindaci e quant’altro? Lasciamo da parte il profilo dei comportamenti personali, e badiamo, piuttosto, ai programmi di legislatura: l’auspicio è che nessuna legge futura cancelli i principi cardine delle garanzie individuali e collettive, ribalti i poteri dello Stato, indebolisca il controllo sulla legalità dei comportamenti; nessuna legge crei sacche di mancata trasparenza, favorisca odiose impunità, circoscriva la libertà di stampa. Nessuno, infine, tagli le radici sulle quali si è fondata, fino ad ora, la Repubblica italiana.

La parola - Ascanio Celestini

4-giu-2009

Intervista a Gianluigi Nuzzi

Vaticano Spa

Uaar

Traduttore, traditore.

Riprendo da Librescamente un fatto sorprendente.

Tutti sanno che "Tale profezia nel testo ebraico non annuncia esplicitamente la nascita verginale dell'Emmanuele: il vocabolo usato (almah), infatti, significa semplicemente «una giovane donna», non necessariamente una vergine. Inoltre, è noto che la tradizione giudaica non proponeva l'ideale della verginità perpetua, né aveva mai espresso l'idea di una maternità verginale.
Nella traduzione greca, invece, il vocabolo ebraico fu reso col termine «parthenos», «vergine»."


Non è una gran notizia, diciamolo. E' roba vecchia.
E' sorprendente però constatare che quelle parole non sono di un ateo o comunque di uno scettico in fatto di religione, ma appartengono in realtà a Giovanni Paolo II.

Naturalmente quell'ammissione non confuta le presunte verità evangeliche circa la nascita miracolosa di Gesù e la verginità della madre Maria, perché le cosiddette verità della fede nulla hanno a che fare con la verità comunemente intesa.
Rimane comunque il fatto, difficile da smentire, che quell'ammissione rende la storia narrata da Matteo e Luca quantomeno sospetta, visto che proprio di quella profezia la nascita verginale di Gesù doveva essere l'adempimento, almeno stando a Matteo (Matteo 1:18-25
).
E' come quando il compagno di banco copia oltre al resto anche l'errore: si capisce subito che dietro il suo elaborato non c'è nulla di vero, ma solo una finzione. Ha copiato tutto.
Il dubbio che con una traduzione corretta dell'Antico Testamento, Maria avrebbe perso la verginità come tutte, non pare così infondato.

P.S.:
a scanso di equivoci è bene precisare che Matteo parla proprio di "vergine": "Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi."
Colto con le mani nella marmellata!

3-giu-2009

Sbattezzo al Tg2

2-giu-2009

Irc? Nessuna libertà di scelta.

La circolare ministeriale del 3 maggio 1986 così recita:
"Allegato B. Agli studenti delle scuole secondarie superiori che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica la scuola assicura attività culturali e di studio programmate dal Collegio dei docenti, tenuto conto delle proposte degli studenti stessi."

Essendo questa disposizione poco clericale e, almeno sulla carta, rispettosa della libertà di scelta degli studenti e delle famiglie, naturalmente non è quasi mai rispettata.

Apprendo da La sentinella della libertà che un docente del Liceo Scientifico "Righi" di Cesena, il Professor Alberto Marani, avendo "svolto un’indagine su quanti studenti si sarebbero avvalsi dell’ora alternativa nel caso in cui fosse stata effettivamente offerta" è stato sospeso dal servizio.

Come racconta La Repubblica.it "Il risultato del questionario era stato effettivamente sorprendente: appena l'11 per cento dei ragazzi avrebbe scelto la religione. La stragrande maggioranza avrebbe optato per lo studio della storia delle religioni (il 24 per cento) e soprattutto per quello dei diritti umani (il 65 per cento). Fatto che ha anche indotto il Collegio dei docenti a deliberare "di offrire agli studenti la materia alternativa""

Il che, naturalmente, non va bene.
Va bene invece, anzi va benissimo, che agli studenti non venga data nessuna reale possibilità di scelta ed è assai significativo il fatto (anche se si tratta di un caso singolo, per ora) che quando si chieda loro di scegliere, la scelta non vada proprio nella direzione auspicata dai clericali di ogni risma e in particolare dall'ispettore dell'Usp, il quale ha
(guarda caso) diffidato "il docente dal fare conoscere agli alunni i risultati dell'indagine."

Ancora sulla carità cristiana

Non perdetevi questo esempio di amore evangelico e non perdetevi nemmeno i commenti.
Senza i cristiani il mondo sarebbe un brutto posto senza carità, senza perdono e soprattutto senza amore.

Quando gli zingari eravamo noi.

"...Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane.
Si costruiscono baracche nelle periferie.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano in due e cercano una stanza ad uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Parlano lingue incomprensibili, forse antichi dialetti.

Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina, spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra loro.

Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre nostre donne li evitano sia perché sono poco attraenti e selvatici sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro.

I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.."

(Ottobre 1912. Ispettorato dell'Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti. Relazione sugli immigrati italiani)

Gay Pride a Roma

Negato l'ennesimo percorso.

1-giu-2009

Dalla difesa della Razza alla difesa dell'Identità. Ovvero: "Non si derogano le radici..."

Succede questo: il IV° Circolo Didattico "Carlo Pisacane" di Roma sito nel quartiere di Torpignattare decide, nella piena autonomia dei suoi organi collegiali, e all'unanimità, di cambiare il nome della scuola sostituendolo con quello del pedagogista giapponese Makiguchi.
A qualcuno la cosa non è andata giù.

Sembrerebbe una questioncella locale, legata alla situazione sociale di una inquieta periferia romana che pur avendo avuto alcuni riverberi in parlamento fino a scomodare un ministro, di per sé quasi non meriterebbe menzione.

E invece no, non è così.

Il Consiglio di Circolo di una scuola elementare è (e dovrebbe a tutti gli effetti essere) un organo democratico e autonomo. Il fatto che si sia riusciti tramite pressioni di vario tipo palesemente indebite e illegittime a far sospendere il provvedimento che era stato precedentemente preso, fa sorgere una serie di considerazioni e di dubbi.

L'assessore del Comune di Roma, Laura Marsilio, si è sbilanciata fino a chiedere l'allontanamento dalla scuola della Preside Annunziata Marciano, come se competesse a lei prendere tali decisioni, come se quel che è stato stabilito con metodo democratico e nel rispetto delle leggi vigenti, potesse essere sanzionato per motivazioni puramente ideologiche.
Se le istituzioni (dal Comune al Municipio, ecc) finiscono per indentificarsi con i partiti che le governano, le norme, i regolamenti e le leggi che dovrebbero comunque limitare il potere politico per evitarne gli abusi, finiscono per essere vanificate. Finisce per essere cancellata la neutralità ideologica delle istituzioni, divenendo esse non uno strumento di governo della "cosa pubblica", ma un mezzo per la gestione privatistica (i partiti sono organizzazioni private) e arbitraria dei diritti e della vita di tutti.

Un conto sono le scelte politiche che possono essere diverse, un altro conto è violare le regole e le leggi e i limiti che queste pongono. La scelta della Marciano Annunziata potrà essere politicamente criticata (o difesa, ovviamente), ma non si può ricorrere ad intimidazioni che violano l'autonomia e la sovranità di un organo democratico il cui funzionamento è regolato da leggi ancora vigenti.
Un assessorato deve essere al servizio dei cittadini, non se ne può fare un uso privatistico, intimidatorio e non rispettoso dei giusti rapporti istituzionali per imporre ad un altra autonoma istituzione una scelta ideologica che anzi avrebbe il dovere di rifiutare.

Stranezza vuole che recentemente il 126° Circolo di Roma sia stato intitolato ad un bambino le cui credenziali etniche sono quantomeno dubbie, il pakistano
Iqbal Masih. E' non è un caso isolato, abbiamo anche un istituto che prende il proprio nome da un indiano, un certo M.K. Ghandhi.
Eppure, nessun sussulto identitario pare abbia scosso le fondamenta di quest'Italia provinciale.

Come abbiamo detto, la nostra ministra all'istruzione non ha fatto mancare il suo importante apporto e (immagino) commossa fino alle lacrime, ha così saggiamente sentenziato: "La scuola realizza l'integrazione solo quando insegna a tutti gli studenti la lingua, la storia e la cultura del Paese in cui vivono - afferma Gelmini in una nota - Con il massimo rispetto per il teorico dell'educazione creativa Tsunesaburo Makiguchi e' inaccettabile che una scuola italiana cancelli uno simbolo cosi' importante del nostro Risorgimento.
Non si derogano le radici del nostro Paese in nome di un vago internazionalismo che mortifica il valore delle nazioni e delle identita'".

Che nobili parole!
La nostra identità sarebbe messa in forse non dal fatto che gli italiani, in generale, ignorino la storia del proprio paese, non dal fatto che per la maggior parte di loro la Costituzione sia qualcosa di cui poco sanno, non dal fatto che della democrazia hanno spesso e volentieri un'idea solo vaga e contraddittoria, no. La minaccia verrebbe dal nome giapponese di un pedagogista le cui teorie sono applicate, a quanto se ne sa con successo, nella didattica della scuola.

Farebbe piacere sapere, almeno a chi apprezza le regole della democrazia e non le ideologie che rischiano di travolgerla, in quale articolo di legge ordinaria o costituzionale è scritto che le istituzioni di questo sfortunato paese siano tenute a "rispettare" (qualsiasi cosa significhi) una non meglio definita "identità", come se la cultura e la conoscenza non abbiano un carattere transnazionale.
Soprattutto sarebbe necessario precisare di quale identità si tratti: quella della cultura greca dove è nata la filosofia e l'uso autonomo della ragione anche difronte alle autorità politiche e religiose, oppure quella della Roma antica, città multietnica sin dalle origini dove il sangue è un sangue culturale, dove ogni popolazione sottomessa aveva riconosciuta la possibilità di migliorare le proprie condizioni senza distinzioni di stirpe.

Dove non ci si curava della purezza della propria stirpe: il sangue dei romani fu un sangue - come detto - culturale che ammetteva diverse religioni e diversi usi e costumi nei limiti dei costumi e delle leggi romane. Non ha mai dato fastidio loro, per fare un esempio, che esistessero religioni altre e che i loro idoli fossero vicini a quelli stranieri. Amplissimo fu l'uso che fecero della cittadinanza, tanto ampio da essere un caso unico nella storia antica. Chiunque si mostrasse leale e fedele a Roma, poteva aspirare a migliorare la propria posizione indipendentemente dalle proprie origini, valeva il merito e nient'altro. Queste le radici che la Gelmini non vorrebbe derogare?
Oppure trattasi dell'Italia cristiana, quella delle inquisizioni e dei roghi, dei battesimi forzati e dei ghetti, dell'abiura di Galileo Galilei o del rogo dei Giordano Bruno, quella della persecuzione degli eretici o più probabilmente quella del Ventennio clericale e fascista?

Oppure, la cultura e la tradizione dell'illegalità che così tanto ci appartiene, che è l'unica "legge" che sembra essere effettivamente universale e tassativa, e che pare caratterizzare le proteste dei nostri politici locali?

Se un nome straniero (perché di questo si tratta) è un problema, come può non esserlo insegnare una storia, una matematica, una fisica, una letteratura, una filosofia che non abbiano le radici in regola (e in molti punti non le hanno)? La stessa presenza nella Carlo Pisacane di bambini la cui origine ed identità sono distanti dalle nostre, non dovrebbe costituire una minaccia molto più perniciosa per la nostra Identità di un semplice nome giapponese?
E i negozi e i ristoranti del quartiere di Torpignattara che nella stragrande maggioranza dei casi sono di proprietà straniera, non sono un danno ben più grave alle nostre tradizioni nazionali, più di quanto possa esserlo l'intitolazione di una scuola?

La questione del cambio di nome della scuola Carlo Pisacane pare un pretesto, quel che preme è creare un clima permanente di ostilità verso lo straniero e i suoi diritti per goderne elettoralmente, questo è il vero obiettivo.
E tutto ciò non lo pagheranno solo gli stranieri, non c'è da illudersi troppo.


Si attende comunque, e con una certa ansia, la reintroduzione dei numeri romani al posto di quelli arabi, mi sembra il minimo.

P.S.:
anche in questo caso il PD locale brilla per la sua assenza.

30-mag-2009

Cinque per Mille vs Otto per Mille



Un video chiaro e sintetico che spiega molto bene le differenze tra l'Otto e il Cinque per Mille, e la vergogna che quelle differenze dovrebbero indurre nei nostri parlamentari.

di Fabio Turone e Alex Raccuglia
con Olga Fioriti, Giorgio Arcari e Sergio Paladino (voce fuori campo)

29-mag-2009

L'uomo che salvò Galilei dal rogo.

Da LaRepubblica.it

L'Archivio Segreto Vaticano rende noti i documenti originali del processo "Il nostro contributo all'anno dell'Astronomia e alla verità storica"

Quando il cardinale scrisse: "Non è un eretico". E lo scienziato fu prigioniero a vita

di ORAZIO LA ROCCA

CITTA' DEL VATICANO - Galileo Galilei fu salvato dal rogo grazie al deciso intervento del suo principale accusatore, il cardinale Roberto Bellarmino (1542-1621). Sembra quasi un paradosso, ma stando ai nuovi documenti che il Vaticano sta per pubblicare, il porporato durante lo storico processo a carico dello scienziato pisano (celebrato presso il tribunale del Sant'Uffizio dal 1616 al 1633) scrisse di suo pugno un documento nel quale specificava che Galilei "non è eretico", ma che le sue tesi andavano in quella direzione.

Una precisazione non da poco che bloccò di fatto la infernale macchina dell'allora giustizia papale che avrebbe portato il padre della scienza moderna quasi certamente al rogo come Giordano Bruno.

Alla fine del processo, Galilei - grazie alla forzata abiura delle sue tesi copernicane che sostenevano con assoluta certezza che è la terra a girare intorno al sole e non viceversa - fu condannato al carcere domiciliare e i suoi scritti inseriti nell'Indice dei libri proibiti e quindi vietati.

Il testo completo dell'intervento con cui fu salvata la vita di Galilei, unitamente all'intera documentazione del processo finora custodita in Vaticano, vedranno la luce alla fine del prossimo mese di giugno grazie alla pubblicazione del libro "I documenti vaticani del processo di Galileo Galilei" curati dal vescovo Sergio Pagano, prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano.

Non è la prima volta che dal Vaticano vengono pubblicati i testi di uno dei più controversi processi della storia. Il primo Papa che aprì gli archivi a uno studioso francese per analizzare il processo di Galileo fu Pio IX nel 1877. Ma si deve a Giovanni Paolo II - confortato dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto dell'ex Sant'Uffizio - la spinta definitiva verso la completa riabilitazione di Galileo col mea culpa del 2000. Il passo fu preceduto - a livello di studio dei testi del processo - da una prima pubblicazione curata da monsignor Pagano nel 1994. "Ma fu un lavoro non completo e fatto un po' troppo in fretta, con poche note esplicative e qualche lacuna", ammette con prudenza il prelato.

Ora, con Benedetto XVI, i documenti custoditi da secoli in Vaticano saranno resi noti "nella loro interezza, con tutte le fonti storiche riportate alla luce con obiettività ed equilibrio". La nuova edizione - che contiene tutti i testi del processo conservati nell'Archivio Segreto Vaticano, nell'Archivio Storico della Congregazione della Dottrina della fede e nella Biblioteca Apostolica Vaticana - "comprende tutti i documenti relativi ai dibattimenti processuali, una ventina dei quali sono nuovi, nel senso che non sono mai stati presentati al grande pubblico", anticipa Pagano.

Il volume - un enorme testo di 550 pagine con 16 tavole raffiguranti le trascrizioni del dibattimento processuale e la sentenza finale - è pubblicato in coedizione dalla Collectanea Archivi Vaticani e dalla Pontificia Academia Scientiarum. Scripta varia.

"L'Archivio Segreto Vaticano - tiene a precisare il vescovo-prefetto - con questa pubblicazione, fatta nella maniera più umile rifacendosi alle fonti storiche con obiettività a rispetto della verità, ha voluto contribuire a rendere un concreto omaggio all'Anno dell'Astronomia che si sta celebrando in tutto il mondo. Un volume destinato a tutti, studiosi, ricercatori, ma anche a quanti sono amanti della verità storica".

(28 maggio 2009)


***

A dar retta a Sergio Pagano, prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano, i documenti inediti sul processo a Galileo Galilei sarebbero un importante contributo alla verità storica, quasi che si potesse leggere in essi una qualche diminuzione della responsabilità della chiesa cattolica e dell'inquisitore Bellarmino.
Praticamente si vorrebbe far credere (come spesso capita) che la chiesa tutto considerato, uscirebbe da una rivisitazione ponderata e ben informata di quegli eventi, quasi a testa alta.

Una prima variante di questo atteggiamento è quella che considera la chiesa cattolica nel giusto quando riteneva infondata l'ipotesi eliocentrica difesa dal Galilei: in fondo - si suggerisce quasi sommessamente ma non troppo - prove decisive a favore di quella ipotesi non ve ne erano, per cui era più lo scienziato ad aver torto che Bellarmino, il quale - si sostiene - era invece persona più che ragionevole.

Sulla falsariga di questa impostazione oggi ci vengono presentati dei documenti dai quali si evincerebbe che Bellarmino avrebbe difeso e salvato dal rogo Galileo Galilei perché non lo riteneva eretico, anche se il suo pensiero rischiava certo di portarlo fuori dalla retta via.

Gli amanti della "verità storica" non potranno - sembra suggerire il prefetto - che modificare il loro giudizio su quegli eventi così lontani nel tempo che tanto hanno nociuto all'immagine chiesa cattolica.

Facciamo l'ipotesi, fantasiosa, che la chiesa avesse ragione in toto: diciamo che sono il sole e tutti i pianeti a girare intorno alla Terra e non il contrario.

Questa verità storica e scientifica non sposterebbero di una virgola la questione centrale: si è liberi o no di essere "eretici"?
In altri termini, chi ha un'opinione diversa o anche sbagliata, può essere libero di manifestarla?
Questo è il punto, non chi di fatto all'epoca avesse la ragione dalla sua o se Bellarmino ritenesse Galileo eretico o meno.

Secondo Bellarmino e la sua chiesa quella libertà, la libertà di ricerca e di pensiero, non poteva essere comunque consentita.
Solo chi continua a pensarla in questo modo, solo chi pensa ancora che l'errore giustifichi il rogo, può ritenere un'attenuante il fatto che l'eliocentrismo all'epoca fosse scientificamente insostenibile o che un inquisitore avrebbe salvato lo scienziato padovano, perché non lo riteneva eretico.

Avrebbe dovuto salvarlo non perché aveva idee ortodosse, ma perché aveva il diritto - quali che fossero - di professarle.
Ma questo non è mai avvenuto.

Perle di saggezza.

E' proprio vero, senza il cristianesimo non ci sarebbero stati né l'Illuminismo né la Rivoluzione francese, come d'altra parte nemmeno l'antifascismo senza il fascismo.

28-mag-2009

IL MONDO DEL TESTAMENTO BIOLOGICO

Da LaVoce.info

di Mariella Immacolato 05.03.09

In Italia da anni si discute di testamento biologico. Eppure siamo ancora lontani da una legge giusta che tuteli il diritto di tutti all'autodeterminazione. Può essere allora utile uno sguardo alle normative adottate da altri paesi occidentali. Ne emerge il fatto che in nessun caso il riconoscimento giuridico del testamento biologico ha spianato la strada all'eutanasia. Il principio di autodeterminazione viene interpretato nella sua accezione di consenso informato. E la discussione si è incentrata sul suo esercizio nelle situazioni di sopravvenuta incapacità.

È da anni che si discute del testamento biologico, ormai abbiamo perso il conto dei disegni di legge presentati sul tema, ma siamo ancora lontani dal traguardo di una legge giusta, che tuteli il diritto di tutti all’autodeterminazione. La speranza è di non allontanarci ancora di più dai paesi che già da anni utilizzano questo strumento di civiltà, ormai indispensabile per affrontare i casi limite che il progresso scientifico ci pone.
Vediamo come il testamento biologico è regolamentato nei principali paesi occidentali.

STATI UNITI, CANADA E AUSTRALIA

Negli Stati Uniti la prima legge in materia risale al 1976 ed è relativa al Self Determination Act dello stato della California. In seguito, quasi tutti gli altri stati hanno emanato una legislazione dettagliata. Questi imodelli più diffusi.

Living will: una persona capace di intendere e volere formula un atto scritto dando indicazioni sul tipo di trattamento terapeutico o assistenziale da compiere, qualora si venisse a trovare nell’incapacità di esprimere autonomamente la propria volontà.
Proxy directives: gli interessati nominano un procuratore che, consapevole dei loro desideri, compirà le scelte più opportune nel caso in cui essi non siano più in grado di farlo direttamente.

Dopo il caso di Nancy Cruzan, analogo a quello di Eluana Englaro, il 5 novembre 1990 il Congresso federale degli Stati Uniti ha approvato il Patient Self Determination Act, in base al quale le varie strutture sanitarie hanno l’obbligo di informare i pazienti sulla possibilità di redigere direttive anticipate.
Negli Stati Uniti la sospensione delle cure, nei casi di stato vegetativo permanente, è ammessa quando la richiesta proviene dall’interessato, attraverso il testamento biologico o living will o il rappresentante legale. Il caso di Terry Schiavo fece scalpore perché la richiesta del marito di sospensione dell’idratazione d alimentazione fu avversata fino alla fine dai genitori della Schiavo in conflitto giudiziario con il genero. Ma alla fine la Corte suprema dello stato della Florida autorizzò la sospensione delle cure.
Dall’ampia giurisprudenza statale e federale via via succedutasi si ricavano alcuni punti fermi:

· la nutrizione e l’idratazione sono trattamenti sanitari e per essere attuati devono essere preceduti dal consenso informato del paziente;
· il paziente capace e cosciente può rifiutare il trattamento di sostegno vitale anche se dal rifiuto consegue la morte;
· il rifiuto di qualsiasi trattamento, espresso attraverso il living will nel caso di paziente incosciente, va rispettato;

· nel caso di assenza di documenti che testimoniano la volontà del paziente, divenuto incapace, la decisione clinica viene presa con il fiduciario (substituted judgement) che è di solito un familiare.

In Canada e in Australia manca una legislazione uniforme in materia, solo in alcuni stati le direttive anticipate sono regolamentate dalla legge che ricalca quella statunitense.

EUROPA

Una legge che legalizza il testamento biologico è in vigore in molti stati europei. La situazione è però differente da quella degli Stati Uniti perché, diversamente da quanto accade nel mondo di lingua inglese che fa riferimento al common law con una sorta di riluttanza per la legislazione, molti stati membri dell’Unione Europea seguono la tradizione continentale che rimanda al modello codicistico e hanno una legge statale che regola i casi considerati e il testamento biologico. Con esperienze molto diverse.
In Belgio il testamento biologico è vincolante per il medico in base alla legge del 2002 sui “Diritti del malato”.
In Spagna, le volontà anticipate sono previste all’interno di una più ampia legge sui diritti dei pazienti, entrata in vigore nel 2003.
In Olanda la norma sul testamento biologico risale al 1995, ma nel 2001 ne è stata varata una nuova disciplina con la legge “per il controllo di interruzione della vita su richiesta e assistenza al suicidio”. Le dichiarazioni di volontà possono essere sottoscritte anche da minori, purché i genitori siano d'accordo nel caso il minore abbia fra i 12 e i 16 anni, mentre è sufficiente che ne siano solo informati se ha fra i 16 e i 18 anni.
In Germania le direttive anticipate hanno valore dal 2003, quando una sentenza della Corte suprema federale ha stabilito la legittimità e il carattere vincolante della “Patientverfügung” - volontà del paziente - riconducendola al diritto all’autodeterminazione della persona. Se non c'è volontà scritta, decide il giudice tutelare.
In Francia è stata approvata nell’aprile del 2005 la legge “relativa ai diritti del malato alla fine della vita” che prevede la legittimità delle direttive anticipate. Èriconosciuta la figura del fiduciario, da consultare nel caso il paziente sia incapace di esprimere la propria volontà.
Nel Regno Unito non vi è una specifica legislazione sul testamento biologico, ma vi è ormai una consolidata giurisprudenza che lo legittima. Dal 1993, anno della sentenza della Corte suprema sul caso Tony Blond, la sospensione dei trattamenti medici e dell’alimentazione e idratazione artificiale nei pazienti in stato vegetativo permanente, può essere attuata quando la loro prosecuzione non risponde al “miglior interesse dei pazienti”.
Mentre negli Stati Uniti vale il criterio dell’autonomia, con la supremazia della volontà del paziente, in Gran Bretagna hanno prevalso considerazioni sull'“interesse” del paziente (patient’s best interest). Forse anche per questa ragione, nel Regno Unito non vi è una specifica legislazione sul testamento biologico, anzi c’è una certa riluttanza a interventi generali in questo senso.
Negli altri paesi europei, nei casi di stato vegetativo permanente, è possibile la sospensione della nutrizione e idratazione artificiale laddove sia richiesta dal paziente prima di divenire incapace attraverso le direttive anticipate, riconosciute dalla legge.

L'EUTANASIA NON C'ENTRA

Il primo dato di rilievo che emerge dall’analisi comparata delle diverse legislazioni è che, in tutti questi paesi, il riconoscimento giuridico del testamento biologico non ha spianato la strada all’eutanasia. Anzi dal punto di vista normativo le due previsioni sono nettamente distinte: il testamento biologico trova sì fondamento nel principio di autodeterminazione, ma nella sua accezione di consenso informato, ovvero il paziente ha il diritto di scegliere tra cure alternative o di rifiutare una cura che non desidera. È bene sottolineare che il testamento biologico dà la stessa facoltà di decidere sulle cure del consenso informato e non amplia in alcun modo questo diritto in una direzione non consentita dalla normativa vigente e dai codici di deontologia medica. E nel corso dell'iter legislativo, in tutti questi paesi, la discussione non ha mai messo in connessione la validità del testamento biologico con la questione dell’eutanasia, ma l'ha piuttosto legata a quella dell’esercizio del diritto all’autodeterminazione nelle situazioni di sopravvenuta incapacità.

***

Pubblico questo articolo perché presenta un quadro chiaro di come in altri paesi viene affrontata una questione che da noi pare avere come unico riferimento una dottrina e uno Stato che nulla hanno a che vedere con la democrazia e la libertà.
E poi è un'occasione per dire quel che da sempre penso: l'eutanasia non è il Male, se l'introduzione del Testamento Biologico favorisse davvero la legalizzazione dell'eutanasia, sarebbe un motivo di più per chiedere una legge che non sia contro le Dichiarazioni Anticipate di Trattamento, ma a favore, come accade nel resto del mondo civile.

La sicurezza grandine di parole

Da LaStampa.it

di Michele Ainis


Passi per il lodo Alfano, o lodo Mills, lodatelo un po’ come vi pare. Dopotutto, pazienza se 4 italiani su 60 milioni vengono posti dalla legge al di sopra della legge, se possono al limite stuprare le vecchiette, con un salvacondotto stampato a caratteri di piombo sulla Gazzetta Ufficiale. Però, a noialtri rei e reietti, qualche grammo di coerenza renderebbe più lieve la giornata. Se l’indulgenza è il nuovo indirizzo di governo, che almeno sia plenaria, Urbi et Orbi.

E invece no, due pesi e due misure. Negli stessi giorni in cui il tribunale di Milano sparava a salve contro il premier, Brunetta bastonava con 5 anni di galera i medici che rilasciano false attestazioni ai dipendenti, e gli stessi dipendenti se si fanno timbrare il cartellino da un collega. Ossia se scimmiottano i pianisti, nome di battaglia di quei parlamentari che votano in luogo del compagno di partito assente, magari perché questo è in missione, così la diaria entra in busta paga. La settimana scorsa erano 47 i missionari della Camera, i pianisti al Senato chissà quanti, tanto non rischiano la galera, al massimo un rimbrotto. Sempre la Camera ha appena inasprito le pene detentive (fino a 3 anni) per il gioco online senza autorizzazione. E soprattutto ha licenziato il decreto sulla sicurezza, un diluvio di 29.150 parole scagliate come pietre sulla testa del popolo italiano.

Ecco, le parole. Poiché il diritto è intessuto di parole - diceva Adolf Merkl - la lingua rappresenta un po’ il portone attraverso cui la legge penetra le nostre esistenze collettive. E che lingua parla la nuova legge? Proviamo a farne un’analisi testuale. Il termine «pena» vi ricorre 44 volte, quasi sempre in compagnia di locuzioni come «la pena è aumentata», o altrimenti raddoppiata, triplicata. In altri 26 casi si contemplano «sanzioni», ora amministrative ora pecuniarie (vietate però quelle corporali). La parola «reclusione» rimbalza per 36 volte su e giù lungo quel testo. Le «aggravanti» vengono citate 9 volte, le «attenuanti» 4 (ma per escluderle). Per 5 volte risuonano «misure di sicurezza» del più vario conio. Infine tracima un lago di «delitti» (34) e di «reati» (89), come se non ne avessimo già abbastanza sul groppone.

Già, ma quante sono le fattispecie di reato sulle quali ogni italiano può inciampare? Qualche anno fa gli addetti ai lavori azzardavano una stima: 35 mila. Roba da stacanovisti del crimine: se dedichi un’ora a ciascun tipo di reato, ci metterai 4 anni prima di completare il giro. Eppure questa stima non è mai stata confutata, forse perché viziata per difetto. D’altronde il solo governo Berlusconi, nel primo anno della legislatura, è intervenuto 90 volte sul sistema penale. A propria volta i sindaci, con la benedizione del governo, hanno cucinato quasi 700 ordinanze per servirci un fritto misto di divieti. E tuttavia non basta, non basta mai. Il decreto sulla sicurezza menziona per 81 volte il codice penale, per 33 volte quello di procedura penale. Trasforma il disagio sociale in una questione d’ordine (non per nulla parla di «ordine» in 23 casi), istituendo per esempio il registro dei barboni presso il ministero dell’Interno. Infine dà libero sfogo alla fantasia punitiva dei signori della legge, introducendo - per fare un altro esempio - l’aggravante notturna per chi guida in stato d’ubriachezza dopo l’ora del tramonto. Domani sarà la volta dell’aggravante festiva per chi parcheggia in doppia fila di domenica, dell’aggravante anagrafica per chi sorpassa in curva sotto i quarant’anni. Anzi no, quella esiste già: l’ennesima invenzione del decreto-sicurezza.

Per ripararci dalla grandine, potremmo fare affidamento sulla proverbiale inefficienza dei controlli. Dopotutto questo rimane il Paese del «severamente vietato», dove però gli automobilisti hanno lo 0,1% di possibilità d’incontrare una volante, dove le verifiche sugli intermediari finanziari toccano lo 0,3% della categoria, dove chi affitta casa riceve la visita del Fisco nello 0,14% dei casi. Magra consolazione, tuttavia; anche perché la salvezza dipende unicamente dal capriccio della sorte. Chi invece si salva di sicuro sono i parlamentari. Hanno trasformato l’insindacabilità per le opinioni espresse nella licenza d’ingiuriare il prossimo: la Camera stoppa i giudici 92 volte su 100, il Senato 95 su 100. Ed è questo doppio registro, questa schizofrenia legislativa, il più incommestibile boccone. Speriamo che ci salvi uno psichiatra.

27-mag-2009

Brunetta stavolta ha davvero ragione.

«La amo da vent’anni, e non l’ho mai tradita. La amo così tanto che non posso farne a meno: quando sono in casa, in macchina, di notte, appena alzato. Amo Radio Radicale perché è uno strumento fondamentale di conoscenza politica e di informazione. Perché è una radio di libertà, anche se spesso insopportabile per gli eccessi di quella straordinaria personalità che è Marco Pannella. Amo Radio Radicale perché ha tempi lunghi, perché fornisce approfondimenti che non trovi in nessun’altra emittente. Perché so, da buon professore, che grazie a lei s’imparano sempre un sacco di cose. Perché da oltre trent’anni mette in pratica il motto einaudiano del “conoscere per deliberare”.

I miei appuntamenti irrinunciabili con lei sono a mezzanotte, con l’anticipazione dei giornali in edicola, e la mattina presto con la mitica rassegna “Stampa e regime” del direttore Massimo Bordin. Quando giro per l’Italia e non riesco a sintonizzarmi sulle sue frequenze ci resto male: mi sento privato di uno strumento di lavoro, di una voce amica. Mi manca qualcosa e giro nervoso per la stanza con la radiolina in mano, cercando di captare il segnale. Come un rabdomante con il suo bastone alla ricerca dell’acqua, quasi come un drogato alla ricerca della sua dose giornaliera.

I suoi giornalisti sono tra i migliori sulla piazza e negli anni sono diventati i miei compagni di strada. David Carretta, che ogni mattina da Bruxelles propone la lettura della stampa internazionale. E prima di lui Lorenzo Rendi, con la sua trasmissione di geopolitica sui think tank americani. Fiamma Nirenstein che ci parla di Israele o Giovanna Pajetta che ogni giovedì sera da New York ci racconta gli Stati Uniti. Emilio Targia ed Edoardo Fleischner, che la domenica mattina ci iniziano alle nuove tecnologie e all’evoluzione linguaggio multimediale. Non mi perdo neppure la rassegna stampa vaticana curata da Giuseppe Di Leo. Ma sono tutti bravi, a partire ovviamente dal caporedattore Paolo Martini. E persino Claudio Landi, che con la sua rubrica “Cindia” ci informa sulla politica e sull’economia del continente asiatico.

Amo Radio Radicale e il duo bronchenolo Bordin-Pannella, soprattutto quando baruffano. L’ultima loro litigata è stata esilarante e mi ha fatto temere il peggio. Peggio che poi, menomale, non si è verificato. Il suo archivio sonoro accompagna le mie notti insonni ed è un giacimento culturale unico in Italia e probabilmente senza eguali al mondo: a oggi contiene oltre 400.000 media (cassette, nastri, mini-dv, mp3, real audio/video, flash), in parte analogici in via di digitalizzazione e in parte digitali. Una straordinaria cassaforte della nostra storia che custodisce le registrazioni di 65.780 interviste, 14.726 udienze dei più importanti processi, 20.841 dibattiti o presentazioni di libri, 7.450 assemblee, 6.605 comizi o manifestazioni ufficiali, 15.721 conferenze stampa e la voce di ben 158.225 oratori.

Giù le mani da Radio Radicale! Toglietemi tutto, ma non lei. Perché fin dalla mattina del 26 febbraio 1976, quando iniziò a trasmettere da due stanzette a Roma in viale Villa Pamphili, non ha mai smesso di tener fede al suo slogan: “Radio Radicale. La radio che parla e che ascolta. Dentro, ma fuori dal Palazzo”. E dopo questo atto d’amore, cosa aspettate a consegnarmi la tessera ad honorem del suo fan club?»

Prima o poi lo farò anch'io. Più prima che poi...



Strana trasmissione, si è parlato dello sbattezzo senza ironia e senza sufficienza alcuna, un caso raro mi pare.