15/mag/2009

Urbi et Orbi.

Stando ai racconti degli antichi, Romolo e Remo, per dare alla nuova città un adeguato numero di abitanti, istituirono l'asilo.
"Quando la città ebbe il suo primo insediamento, istituirono un luogo sacro per accogliere i fuggitivi, e lo posero sotto la protezione del dio Asilo: vi ricevevano tutti, non restituendo lo schiavo ai padroni, né il povero ai creditori, né l'omicida ai giudici; anzi, proclamavano che in seguito a un responso dell'oracolo di Delfi avrebbero concesso a tutti il diritto di asilo."
(Plutarco, Vita di Romolo 9, 3)

Per i romani l'asilo era qualcosa di cui vantarsi, un emblema dell'uso straordinariamente ampio che essi fecero della cittadinanza.
A differenza di altri popoli non davano grande valore alla consanguineità, l'adozione era pratica diffusa e l'equiparazione dei figli adottivi rispetto a quelli naturali non era solo patrimoniale, ma anche affettiva.
Roma fu tollerante e multietnica, forse perché ha avuto la sfortuna di non incontrare un uomo della levatura politica e morale di Silvio Berlusconi, uno che l'Europa tutta e gli umoristi di mezzo mondo ci invidiano, antichi romani compresi.

Per loro, per i romani, contava la Fides più che la stirpe.
La parola Fides esprimeva una disposizione permanente alla fedeltà verso i propri doveri e verso gli impegni assunti. Era una nozione che implicava l'accordo tra le parole e le azioni (insomma, l'antiberlusconismo prima di Berslusconi). Era il fondamento morale dell'ordine romano, tanto che a Roma era una divinità onorata dai tempi più antichi.
La Fides che i romani si aspettavano dai popoli che sottomettevano era una sorta di resa fiduciosa, di affidamento totale e fedeltà. Quella che Roma aveva verso gli altri si esprimeva soprattutto nel rispetto degli impegni assunti.
Roma non si faceva irretire dalla retorica della parentela. Tutte le popolazioni che si trovavano sotto il suo dominio erano potenzialmente sullo stesso piano, tutto dipendeva da come le varie comunità vivevano la Fides.

La leggenda dell'Asilo non narrava solo della varietà etnica della Roma arcaica, ma anche di quella sociale. Infatti Roma accolse sin dalle sue origini, sradicati, nobili decaduti e addirittura schiavi.
Solitamente le città si sceglievano fondatori e antenati importanti, Roma al contrario si scelse origini umili.
Secondo una delle leggende, Romolo e Remo, sarebbero nati da una schiava e da un demone del focolare. Lo stesso Servio Tullio, al quale si facevano risalire buona parte delle istituzioni civiche, avrebbe avuto per madre una schiava.
Roma, agli occhi degli altri appariva come una città aperta agl stranieri e agli ex schiavi in una misura sconosciuta presso altre polis.
Roma fu una città aperta ai talenti.

"L'autorappresentazione romana, che come si è visto insisteva sull'eclettismo delle origini, aveva invece un duplice vantaggio: corrispondeva ampiamente a una realtà storica protratta e interpretava il successo di Roma in chiave pluralistica, privilegiando gli apporti del merito e delle capacità di contro a quelli della stirpe: in quest'ultimo senso essa non rappresentava soltanto un originale mito delle origini, ma anche un efficace e inconsueto mito imperiale [...] Quello di Roma era un sangue culturale, e scorreva ovunque ci fossero individui che, dopo essersi abbandonati nel grembo della Fides romana, accettavano di vivere secondo il modo romano, vale a dire rispettando quell'insieme di valori, convenzioni, regole e prestazioni che era ritenuto indispensabile all'esistenza della romanità. Un insieme che poteva convivere perfettamente con altri valori, convenzioni e regole e prestazioni, purché non fossero avvertiti come antitetici. Questa adesione potrà essere giudicata molto onerosa, se si guarda nostalgicamente all'autonomia delle vecchie polis, oppure un vantaggioso e non troppo pesante fardello, se si considerano le pratiche ben più vessatorie di altri imperi antichi e moderni "
(Roma antica, Andrea Giardina)

Ne abbiamo fatti di passi indietro.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Ho ricevuto per e-mail il seguente commento che sottoscrivo in pieno.


Il giorno 17 maggio 2009 12.19, robi ha scritto:

Berlusconi dixit: "Non vogliamo un'Italia multietnica". Ebbene, lui e i vari
suoi alleati e simpatizzanti dovrebbero ripassare un pò di storia (ah!,
dimenticavo, la storia l'hanno scritta i comunisti e va rivista). Già al tempo
della fondazione di Roma esistevano sul territorio dello Stivale popoli con
origini e culture differenti: popolazioni celtiche al nord, etruschi, colonie
greche e fenicie, una miriade di piccole tribù autoctone sparse qua e la. I
romani unificarono queste popolazioni mantenendo e integrando il patrimonio
culturale. Dopo la caduta dell'Impero Romano, l'Italia tornò a disunirsi
seguendo il destino di coloro che l'avevano invasa. Durante tutto il Medioevo,
il Paese era diviso in feudi che un pò alla volta si trasformarono nei Comuni.
Pur avendo trovato una lingua comune, bisognerà attendere il Risorgimento per
far si che la Penisola sia riunificata sotto un'unica bandiera e anche dopo
questa riunificazione le differenze culturali continuano a permanere malgrado i
vari tentativi più o meno violenti, più o meno intellettuali, che da allora
sono stati fatti. Nessun'altro Paese forse al mondo può vantare un DNA così
multietnico. L'accoglienza e la multiculturalità sono nella sua storia e nella
sua indole più profonda, sono forse il punto di forza sul quale questa Nazione
si è costituita. E poi costoro dicono di voler difendere il patrimonio
culturale Italiano? Come diceva il grande Totò: "Ma mi facciano il piacere, mi
facciano.